Una comunità chiusa fuori

Sulla vicenda di Sala Pinelli, dopo mesi di attesa, il Comune ha battuto un colpo anche grazie al polverone scatenato dai numerosi articoli di stampa a seguito di questo comunicato

“L’amministrazione non sa come applicare il Regolamento Beni Comuni”. Lo avevamo detto e oggi abbiamo la “confessione” da parte dell’assessora Benciolini.

Ma la risposta non è certamente quella sperata dalla comunità di riferimento.

L’assessora infatti ha chiarito che il Comune non è pronto per la Dichiarazione di uso civico, proponendo un ben meno impegnativo patto di collaborazione. Che però non è la forma utile, né richiesta, dall’assemblea della sala.

Quindi nessun riconoscimento della comunità della sala, che doveva essere il pilastro “rivoluzionario” del Regolamento patavino, anzi. Perché nel frattempo la comunità di sala Pinelli è stata sbattuta fuori e il Comune ha provveduto a cambiare le chiavi, trattennendo all’interno tutti i materiali, e interrompendo tutte le attività.

La sala, insomma, è tornata chiusa.

Pubblichiamo un commento a caldo da parte di uno degli attivisti di via Pinelli. Che nel frattempo, in polemica, ha abbandonato il progetto:

Ho deciso di prendermi del tempo per provare a riordinare le idee ma, leggendo quest’articolo, non posso non provare a rispondere a caldo su alcune questioni poste dall’assessora.

(NB: Non faccio più parte di Officina quindi questo sfogo è a titolo meramente personale)

1) 𝐀𝐛𝐛𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐩𝐢𝐚/𝐢𝐧𝐜𝐨𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐃𝐢𝐜𝐡𝐢𝐚𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐬𝐨 𝐜𝐢𝐯𝐢𝐜𝐨.
Sì, siamo colpevoli. Però a ben vedere quest’accusa l’assessora dovrebbe rivolgerla verso sé stessa. Perché il Comune che lei amministra si è tanto vantato di essere il primo in Italia ad aver inserito all’interno del Regolamento beni comuni la figura dell’Uso civico. E oggi ci dice che non sanno come attuare quel regolamento.

Se l’assessora si fosse messa nei nostri panni si sarebbe agevolmente accorta che non essendoci in Italia dichiarazioni di uso civico poste in essere poteva essere una buona idea stilare un vademecum, una traccia, un “template” su cui basarsi. Il Comune non sa come si faccia a dichiarare un uso civico e si aspetta che i cittadini sappiano scriverne uno? Cos’altro potevamo fare se non trarre spunto dall’unica bozza in questo momento presentata, quella dell’ex Macello di Padova (che, ricordiamolo, aspetta ancora risposta).

2) 𝐒𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐮𝐧 𝐦𝐚𝐠𝐚𝐳𝐳𝐢𝐧𝐨. Forse all’assessora sfugge un particolare: l’idea di sala Pinelli, che noi trovammo letteralmente come magazzino di frutta e verdura durante la pandemia, nasce proprio dalla necessità di far fronte alle centinaia di richieste settimanali di computer durante il lockdown, quando giravamo per la città a recuperare i dispositivi informatici. Il risultato? Le nostre case, non certo regge, invase da computer e noi costretti a pranzare in divano perché nel frattempo il tavolo era invaso da case e monitor. Ci scusi il Comune quindi se il nostro progetto non è fatto di idee ma di ferraglia, monitor e tastiere.

E non ci venga detto che non abbiamo fatto tutto il possibile per provare a limitare il problema. Perché se non fosse stato per noi quella sala sarebbe ancora completamente vuota e priva di mobilio: le nostre braccia hanno provato a dare un ordine portando i mobili che oggi si trovano all’interno della sala chiusa a chiave. E avremmo pure fatto di meglio se una solerte funzionaria non ci avesse intimato di non portare altro mobilio, per provare a riorganizzare gli spazi. La stessa funzionaria che, nel momento in cui ci veniva consegnata la sala come Officina, si premurò di avvertirci che “comunque qui non potete tenere i computer”. È la burocrazia, baby.

E ancora: sarebbe stato molto più semplice se il Comune avesse accettato di mediare con AcegasApsAmga nel tentativo di poter conferire i dispositivi non recuperabili presso i centri di raccolta. Ma evidentemente sordi all’idea che la “spazzatura informatica” abbia un valore e che il progetto anzi potesse fungere da filtro per fare in modo che questi materiali fossero correttamente smaltiti siamo stati costretti a conferire da normali cittadini quei materiali presso i centri. Tre alla volta, in un anno. Poco importa che fossero monitor o mouse, sempre tre pezzi.

Inevitabilmente se fai un lavoro di riuso e recupero ti vengono donati materiali che possono non funzionare. E se recuperi computer inevitabilmente ogni 100 computer raccolti una percentuale importante – e ingombrante – non sarà recuperabile. Siamo bravi ma per i miracoli ci stavamo attrezzando.

Ma ben consci del problema ci eravamo pure attivati per chiedere al Comune un magazzino in cui tenere tutto ciò che non poteva essere riciclato e, quando sembravano aver individuato un garage (non proprio vicinissimo alla sala), gli stessi addetti scoprono che quel posto è già assegnato come sede a un’altra associazione!

3) 𝐒𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐚𝐛𝐮𝐬𝐢𝐯𝐢? Lo si chieda alle persone che ci gravitavano intorno, agli abitanti del quartiere, al coro e al gruppo teatrale che avevano finalmente un posto in cui provare, alle persone che hanno ricevuto in donazione un computer che altrimenti non avrebbero potuto permettersi. A chi lì dentro ci ha lavorato gratuitamente in coworking, agli anziani a cui veniva data assistenza informatica. Alle decine di persone che hanno attraversato quella sala, si sono scambiate esperienze, hanno prodotto video e foto, si sono riunite.

Non abbiamo mai chiesto contributi economici o favori.
Abbiamo aperto una sala chiusa e l’abbiamo resa davvero di tutte e tutti. Come dovrebbe essere per una sala pubblica che sognava, da grande, di diventare comune.

Perché se abusivismo significa vita, significa socialità, burocrazia evidentemente significa silenzio e morte. Come una sala che era chiusa ed è tornata ad essere chiusa. La legalità ha vinto, sia messo agli atti. Viva allora l’abusivismo.

Scusate ma non potevo esimermi.

Fabio D’Alessandro (Ex Officina Informatica)

A integrazione ricondividiamo pure un breve testo di Nicola Capone (libero ricercatore, docente e attivista) a commento della vicenda:

Sia nel Regolamento sia nelle FAQ ad esso allegate i passaggi per avviare il percorso di riconoscimento del “Diritto d’uso civico e collettivo” di uno spazio riconosciuto “bene comune”, ovvero funzionale all’esercizio dei diritti fondamentali, sono molto chiari e lineari. Il problema non è tecnico, è politico. E questo non è una novità, perché non c’è tecnica, a mio parere, che non sia politica e per inverso non c’è politica che non abbia anche aspetti tecnici. Il punto è che il “Diritto d’uso civico e collettivo” pone questioni sia tecniche che politiche, ad altissima intensità perché mette in discussione gli assetti proprietari del bene, che – nonostante la dottrina giuridica, le sentenze della Corte suprema e una consolidata prassi amministrativa – sono ancora rigidamente incardinati in una dogmatica struttura privatistica da ancien régime.

Finanche la proprietà pubblica è intrappolata dalla tecnica giuridica e politica di un diritto privato vecchio stampo che orienta amministratori e tecnici a ritenere il bene pubblico di “appartenenza” all’ente pubblico territoriale, riducendo il Comune al “solo” ruolo di “proprietario” dei beni a lui nominalmente attribuiti.

Questo clamoroso “equivoco” non tiene conto del fatto che lo schema proprietario applicato ai beni pubblici ha la funzione di garantire, da parte dell’ente, l’appartenenza collettiva del bene e gli interessi generali ad esso collegati. Per questo motivo si usa la “fictio” del titolo di proprietà: il bene è in proprietà dell’ente di riferimento perché questo si faccia garante dell’appartenenza collettiva del bene stesso. In questo senso si dice che il Comune, ad esempio, è un’ente esponenziale della comunità. Come da questo approccio si sia passati all’esproprio dei beni di appartenenza collettiva da parte degli enti pubblici sotto l’emblema di Beni pubblici è uno dei grandi inganni perpetrati a danno della democrazia costituzionale. Tornando a noi, questa postura impedisce alla parte tecnica-dirigenziale di operare. Per quanto riguarda la parte politica c’è il grande tabù della “libera e autonoma” iniziativa dei singoli e degli associati, relativamente al tema dell’uso, della gestione e del governo dei beni pubblici. Il tema potrebbe essere posto in questi termini: come garantire l’autonomia delle comunità di riferimento di un bene comune ad uso civico e collettivo, evitando che questa autonomia si traduca in un uso esclusivo e privatistico del bene da parte di un gruppo ristretto? Come evitare che il ruolo di garante svolto dall’ente pubblico, per tutelare l’appartenenza collettiva del bene comune e il diritto d’uso civico e collettivo, si tramuti in una forma di inibizione dell’autonoma iniziativa degli/delle abitanti, che invece dovrebbe essere costituzionalmente “favorita”? Una via, pure prevista dal Regolamento dei beni comuni di Padova, è la co-progettazione o, in ogni caso, la possibilità di avviare un processo di partecipazione pubblica volto a istituire/riconoscere, sperimentare e validare il “diritto d’uso civico e collettivo”.

Al limite, in via transitoria, si potrebbe concordare un “patto di collaborazione complesso” – che io chiamerei “Patto di comunità” – che ha come oggetto proprio l’istituzione di una prassi d’uso civico e collettivo o il consolidamento di una prassi già esistente. Sarebbe un’occasione di “conflitto” altamente istruttivo, una forma animatissima di apprendimento istituzionale. Questo permetterebbe di sperimentare una forma di accesso alla città che non è scontata e richiede tanto coraggio da parte di tutti i soggetti coinvolti. Mi scuso se sono stato schematico e troppo sintetico ma spero ci siano altre occasioni di approfondimento.

Sala Pinelli Bene Comune: a che punto siamo?

Da oltre 10 mesi l’assemblea di gestione della sala di via Pinelli ha presentato la richiesta di riconoscimento dell’Uso Civico e collettivo secondo le modalità previste dal Regolamento dei Beni Comuni approvato dall’amministrazione il 24/11/2021.

Il sindaco Giordani e la sua giunta hanno spesso presentato il Regolamento dei Beni Comuni come uno strumento di partecipazione diretta dei cittadini alla gestione dei beni. Uno strumento però che attualmente è fermo al palo. 

Risultano appena 3 i patti stipulati finora aventi ad oggetto o beni immateriali oppure piccoli interventi di verde pubblico cimiteriale: un risultato deludente per un Regolamento sbandierato come “il più avanzato d’Italia”. 

La comunità di riferimento di Sala Pinelli, che gestisce le attività ormai da oltre due anni, avrebbe potuto rappresentare un cambio di rotta. Ricordiamo infatti che la possibile assegnazione della Sala è stato il frutto di una decisione unilaterale del Comune di inserirla tra i beni assegnabili. 

Poteva apparire scontato che, in presenza di una comunità di riferimento attiva, riconoscibile e organizzata in assemblea e in presenza della Sala tra i beni assegnabili, il procedimento amministrativo avrebbe dovuto essere una mera formalità. 

Invece nonostante le attività all’interno della sala abbiano dovuto subire una brusca sospensione in attesa della decisione del Comune ci troviamo a ribadire l’urgenza del riconoscimento della nostra esperienza come esperienza di comunità, aperta alla cittadinanza e che riqualifichi e renda nuovamente fruibile un Bene Comune rimasto chiuso per troppo tempo.

È il momento che il Comune decida se lo strumento di democrazia partecipativa di cui si è dotato è solo un oggetto di propaganda oppure possa servire a valorizzare esperienze culturali e sociali, tenuto conto della cronica mancanza di spazi comuni di cui soffre questa città.

Per questo motivo abbiamo indirizzato al Sindaco questa lettera aperta:

Allattenzione del Sindaco del Comune di Padova

Gentile Sindaco,

dopo mesi di attese ci troviamo costrett* a scrivere questa lettera aperta per provare a fare il punto sul riconoscimento dell’esperienza di Sala Pinelli come Uso Civico da parte del Comune. 

Per completezza occorrerà ricordare brevemente i passaggi che hanno caratterizzato la storia di questa sala.

La sala comunale di via Pinelli è una struttura di proprietà comunale sita in rione Crocifisso, rimasta inutilizzata per molto tempo. Durante il lockdown, sotto l’egida del CSV, la sala è stata riaperta e adoperata per le operazioni di volontariato del Centro Servizi Volontariato. 

Esaurito il picco dell’emergenza pandemica il CSV, con encomiabile sguardo al futuro e capacità di lettura dei processi sociali, ha fatto da tramite affinché molti dei servizi e delle attività che si svolgevano all’interno della sala potessero continuare ad esistere, stipulando una convenzione con il Comune per permettere la continuità delle attività svolte. 

Dall’esperienza in collaborazione con il CSV nasce, in nuce, la prima comunità di riferimento della sala. Le attività per il quartiere e la cittadinanza ottengono il riconoscimento del Centro Servizi Volontariato e, di riflesso, da parte del Comune che concede la sala e, addirittura, ne proroga l’utilizzo oltre la scadenza naturale. 


All’interno della sala si svolgono attività rivolte ai bambini, agli abitanti del quartiere e ai cittadini tutt*.

La comunità di riferimento comincia a dotarsi degli strumenti decisionali necessari al corretto funzionamento della sala e nasce l’assemblea di sala Pinelli, una struttura orizzontale formata dalle realtà che hanno dato vita all’esperienza della sala e da altre realtà che vi collaborano in modo stabile e continuativo. 

Con deliberazione del Consiglio Comunale n. 103 del 25/10/2021 il Comune di Padova si dota del c.d. Regolamento Beni Comuni, uno strumento di democrazia partecipata che, nelle intenzioni dei promotori, intende radicalmente modificare i rapporti tra i cittadini e i “beni comuni” individuati o da individuare. 

Si tratta di un provvedimento orgogliosamente sbandierato dagli amministratori contenente, come novità assoluta rispetto ai tanti comuni che si sono già dotati di strumenti simili, la possibilità di riconoscimento da parte di questo ente dei c.d. usi civici da parte delle comunità di riferimento. 


Il regolamento raccoglie subito l’interesse dell’assemblea di via Pinelli e viene ritenuto lo strumento più adeguato per la valorizzazione della nostra esperienza che avrebbe tutte le carte in regola per il riconoscimento dell’uso civico e collettivo.

Con enorme sorpresa, senza che da parte della comunità di riferimento della sala vi fossero pressioni o interlocuzioni con l’amministrazione, la sala è stata inserita all’interno della prima mappatura dei beni comuni assegnabili in data 22.02.2021. 


Il tutto senza che il Comune si premurasse di informare la comunità di riferimento. 

Considerando le attività svolte fin lì dalle associazioni, dai singoli e dai gruppi informali costituitisi in assemblea era opinione condivisa che il riconoscimento dell’uso civico e collettivo della sala fosse solo una formalità i cui tempi fossero semplicemente dettati dalle nuove formalità giuridiche da applicare al regolamento appena approvato. 

Non vi era dubbio tra le realtà che proponevano il riconoscimento che, esistendo la comunità di riferimento e la prova delle attività fino a quel momento svolte, la procedura sarebbe stata rapida e immediatamente operativa. 


Forte di questa convinzione tutte le componenti di via Pinelli riunite in assemblea in data 14/04/2022 si premurano di inviare la documentazione necessaria per l’avvio dell’iter. 

Alla base della proposta, approvata all’unanimità dall’assemblea, vi era la possibilità di autogestire in autonomia la sala ma aprendo a qualunque realtà volesse innestarsi nel percorso già intrapreso. Questa considerazione era fondante rispetto alla richiesta, motivata dalle molte attività che in sala si svolgevano o che si programmava di svolgere. 

Invece il procedimento si è immediatamente arenato e il Comune ha interrotto ogni comunicazione con le realtà proponenti. 

A parte due contatti telefonici con gli addetti del Gabinetto del Sindaco ad oggi non si hanno più notizie del procedimento. 

Questa inerzia da parte del Comune ha determinato la sostanziale sospensione delle attività previste e/o programmate all’interno della sala.

Se l’inattività del Comune poteva essere giustificabile, in un primo momento e per cause totalmente imputabili all’ente, dalla mancata formazione del personale e la mancanza di figure di coordinamento del procedimento ci risulta però che mesi addietro le attività di formazione delle figure preposte sia stata effettuata da Labsus e che sia stato preparato il vademecum necessario per determinare i ruoli degli enti coinvolti. 

Questo silenzio, lungo più di 6 mesi, ad oggi ci risulta incomprensibile. Il regolamento dei Beni Comuni non doveva essere il fiore all’occhiello della democrazia partecipativa? La sostanziale continuità amministrativa con la precedente giunta, guidata dallo stesso sindaco Giordani, aveva fatto immaginare un iter meno tortuoso affinché il Regolamento fosse posto pienamente in essere.

Lo stesso Giordani, partecipando all’evento  “L’immaginazione civica – il Regolamento dei Beni Comuni a Padova; non una cosa qualsiasi” organizzata da Coalizione Civica per Padova, usava parole inequivocabili circa l’interesse per l’amministrazione implementare i patti di collaborazione e gli usi civici, garantendo il proprio sostegno.

Ad oggi però, da quanto risulta dai canali ufficiali, sono solo tre le esperienze riconosciute di Beni Comuni nella città di Padova. 

https://www.padovanet.it/informazione/cittadinanza-attiva-i-beni-comuni

Senza voler sminuire l’importanza delle singole esperienze ci chiediamo se davvero la sottoscrizione di tre patti di collaborazione – due riferibili a fioriere e aiuole cimiteriali e una riguardante una generica opera di pulizia e lotta al degrado – in sei mesi rappresentano per l’attuale giunta la piena applicazione di un regolamento che è stato definito “rivoluzionario”. 

Speravamo che l’esperienza di Sala Pinelli contribuisse a dare lustro al Regolamento andando a invertire il paradigma della partecipazione condivisa tra Amministrazione Comunale e Cittadinanza Attiva. 

L’ultima comunicazione ufficiale del Comune invece ci riporta con i piedi per terra, costringendoci ad affermare che nulla è cambiato nel rapporto tra Pubblica Amministrazione e Cittadinanza. 

Nell’ultima mail, in data 10/08/2022 i proponenti venivano informati che “la proposta di collaborazione relativa a Sala Pinelli è stata presa in carico dal Settore competente, Servizi Demografici e Cimiteriali, Decentramento”.

Inoltre la mail specifica che è stata avviata la procedura per un Patto di Collaborazione che prevede il coinvolgimento del Tavolo di Comunità dei Servizi Sociali.


Da un punto di vista meramente amministrativo facciamo notare che il patto di collaborazione non era in nessun modo previsto dalla richiesta di questa assemblea. Né nella richiesta di riconoscimento dell’uso civico né nelle comunicazioni successivamente intercorse tra i proponenti e l’amministrazione. Se questa Amministrazione intende rispettare quanto approvato dal Consiglio Comunale riteniamo debba esprimersi sulle richieste dell’assemblea di via Pinelli – cioè il riconoscimento dell’uso civico – e non formulare proposte nuove che sono state esplicitamente escluse dalla comunità di riferimento per motivi organizzativi. 

Nella mail in oggetto inoltre si fa riferimento al “previsto coinvolgimento del  Tavolo di Comunità dei Servizi Sociali”, soggetto che formalmente non fa parte dell’assemblea. Nel premettere che le realtà di Sala Pinelli hanno, nel corso del tempo, collaborato attivamente con il suddetto tavolo per la creazione di eventi specifici appare necessario ricordare che la natura della nostra assemblea è aperta e plurale.

Nulla osta, nel caso il Tavolo di Comunità dei Servizi Sociali esprimesse tale desiderio, all’integrazione dello stesso all’interno della nostra assemblea. Altra cosa invece ci appare il voler snaturare la natura della richiesta – ma sopratutto dell strumento dell’uso civico – alle necessità dell’amministrazione che nulla hanno a che vedere con il Regolamento. 

Con la presente mail intendiamo dunque ribadire le nostre richieste, così come formulate nella proposta inoltrata secondo i criteri individuati da questa amministrazione e stimolare una reazione da parte della macchina amministrativa, evidentemente inceppatasi. 

Riteniamo inoltre che si debba agire con celerità poiché i ritardi amministrativi hanno ripercussioni importanti nelle attività della sala – lo ripetiamo, sostanzialmente congelate – e nella tenuta della comunità di riferimento che, privata del luogo fisico naturale di azione, rischia di veder crollare l’interesse per lo svolgimento delle attività e l’entusiasmo verso l’esperienza collettiva della gestione di un Bene Comune. 

Che non sarebbe una buona notizia per la città e per il quartiere. E sicuramente non è quell’inversione di tendenza che il Regolamento Beni Comuni avrebbe dovuto apportare nel rapporto tra cittadini e istituzioni.

Assemblea di riferimento della Sala Pinelli

Beni comuni, l’amministrazione è ferma «Non sa come applicare il regolamento»

L’ASSEMBLEA ALL’EX MACELLO

C’è evidentemente una distanza imprevista, creata da un meccanismo inceppato, fra la teoria di un regolamento – nella fattispecie quello per il riconoscimento dei beni comuni – e la pratica. Da un anno Padova si è messa in una posizione coraggiosa di avanguardia con l’apertura al riconoscimento dell’uso condiviso di spazi e strutture pubblici. 

Ma al di là di piccoli interventi di manutenzione gratuita (due fiorire e un lavoro di pulizia), richiesti dai cittadini e autorizzati dal Comune, finora non è successo niente. L’ex macello di via Cornaro è il luogo simbolo in questo senso: la comunità di riferimento, che raggruppa le tante associazioni interessate a quel complesso, insiste per chiederne l’uso civico e ha anche presentato un progetto per farne un parco didattico. 

Ma da mesi il Comune non risponde,, così come ha lasciato cadere nel vuoto la proposta di un incontro mediato da una personalità super partes. «L’impressione è che non sappiano cosa fare», hanno detto tanti partecipanti all’assemblea che si è svolta sabato pomeriggio all’ex macello. Altri, più critici, come il portavoce di Acqua bene comune, Gianni Sbrogiò, cominciano a sospettare che l’amministrazione, attraverso quel regolamento, voglia solo «ottenere lavoro non retribuito». 

Anche per la sala Pinelli è stata richiesto il riconoscimento come Bene comune: «E anche in questo caso l’amministrazione era impreparata», ha sottolineato Fabio D’Alessando, «tant’è che l’attività nella sala è stata sospesa, prosegue solo di martedì, ma gli uffici sono in attesa di un vademecum interno su come applicare il regolamento». L’ex macello è stato a lungo al centro del confronto. 

Un po’ perché lo sgombero del gennaio 2020 brucia ancora («C’è un ricorso al Tar ma non è stato ancora discusso», ha ricordato Adriano Menin), vuoi perché lì dentro c’è un patrimonio rimasto inaccessibile («Abbiamo tantissimi libri che si stanno rovinando», ha denunciato Francesco Spagna), ma soprattutto perché nell’attesa di qualcosa che quasi sicuramente non succederà – il progetto milionario di Città della Scienza voluto dall’assessore alla Cultura Colasio – è stato sottratto alla città uno spazio dove batteva il cuore di decine di associazioni. Che però non mollano e insisteranno ancora.

Tratto da Il Mattino di Padova – 18/10/2022

(REPORT) Assemblea Rete Beni Comuni – 15.10.22

Assemblea cittadina sui Beni Comuni a Padova

Ex Macello, via Cornaro, sabato 15 settembre 2022

A distanza di cinque mesi dalla precedente assemblea, la Rete Beni Comuni ha organizzato una nuova Assemblea pubblica negli spazi dell’Ex Macello di via Cornaro. Se quella del 20 maggio aveva fatto il punto e messo in luce le ombre relative all’area dell’Ex Macello, l’incontro del 15 ottobre ha visto circa quaranta partecipanti condividere le rispettive esperienze sui beni comuni ad un anno (23 ottobre 2021) dall’approvazione del Regolamento cittadino.

Le dichiarazioni d’uso civico e collettivo

In apertura, Annalisa Di Maso ha illustrato il percorso dell’Assemblea Ex Macello che ha presentato una Dichiarazione d’uso civico e collettivo a Dicembre 2021 (secondo le norme del Regolamento Comunale), ricostruendo anche la progettualità ed il percorso delle associazioni e dei cittadini all’Ex Macello fra il 1975 e il 15 gennaio 2020 (data dello sgombero forzato della CLAC dall’Ex Macello). L’impressione ricavata dall’interlocuzione con l’Amministrazione è che non ci sia ancora chiarezza da parte dell’Amministrazione su come procedere rispetto alle dichiarazioni d’uso civico; non è stata data alcuna risposta neppure alla proposta (tramite pec) di procedere ad una progettazione condivisa con la mediazione di una parte terza. L’obiettivo rimane quello di evitare che l’area venga “privatizzata” e di mantenerla fruibile da parte di tutta la cittadinanza. 

A questo proposito, Francesco Spagna ha ricordato l’enorme patrimonio di libri (con particolare attenzione per l’ambiente e la cultura veneta) attualmente murato ed inaccessibile (a rischio degrado) nella palazzina precedentemente gestita da CLAC all’Ex Macello. Adriano Menin ha sottolineato che nel Marzo 2020 la CLAC ha inoltrato un ricorso al TAR contro lo sgombero del gennaio 2020. La risposta a tale ricorso non è stata ancora finalizzata. Inoltre, ha ricordato la proposta di Parco Didattico (con laboratorio didattico-ecologico) che la CLAC aveva presentato al Comune, in particolare nel 2013, compresa l’ “adozione del parco”, proposte su cui si è preferito non rispondere. Nonostante tutto, a settembre 2021 è stato possibile realizzare una splendida mostra con una selezione delle macchine informatiche collezionate per iniziativa di Francesco Piva e della CLAC in collaborazione con il Club UNESCO.

In merito alle politiche sui beni culturali, sono stati introdotti da Sabrina i dati dei sondaggi raccolti dalla campagna Mi Riconosci (https://www.miriconosci.it/) per il riconoscimento delle professioni in questo ambito. Ha sottolineato come la Legge Ronchei (1993) abbia introdotto il settore culturale alla possibilità di privatizzazioni e esternalizzazioni (comprese didattica e servizi), al punto che oggi di pubblico è rimasto ben poco, con un peggioramento delle condizioni dei lavoratori (pagati mediamente da 4 a 8 euro l’ora) e della logica degli appalti al ribasso.

Fra le proposte della campagna ha segnalato: i biglietti gratuiti per i residenti; i biglietti omnicomprensivi per la visita dei diversi beni.

Fabio D’Alessandro ha ripercorso l’esperienza di Officina Informatica (https://www.facebook.com/OfficinaInformaticaPD), attiva in via Pinelli, sala inclusa nella lista emanata dal Comune fra i “beni comuni” (attualmente 12). La richiesta di attivare la cura della sala come bene comune ha trovato impreparata, di fatto, l’Amministrazione. Ogni martedì le attività proseguono, nonostante il Gabinetto del Sindaco, in seguito alla richiesta, abbia comunicato di sospendere le attività in attesa della risposta del Comune. Tale risposta sembra a sua volta in attesa di un Vademecum interno del Comune su come gestire il Regolamento; ed il Vademecum sembra debba far riferimento ad un’ulteriore definizione di criteri con cui identificare i “beni comuni” (per ora annunciati, ma non comunicati). 

Ha ricordato che i patti attivati ad oggi, dopo un anno, sono solo tre: due relativi alle fioriere del cimitero ed una con Retake (per “ripulire” Padova, in particolare dagli adesivi). Inoltre, ha sottolineato come Padova stia diventando una “città senza spazi”. Ha proposto, incontrando consensi, di organizzare la prossima assemblea in via Pinelli.

Acqua bene comune

Sebastiano Rizzardi ha condiviso quanto è avvenuto di recente a San Giorgio in Bosco (6200 ab.), comune che si trova su un’importante falda acquifera, gestita da Acquavera (dal 1979), in accordo con la Regione, prima con la famiglia Pasquale e poi con Nestlé. Acquavera intende appaltare alla famiglia Quaiolo l’imbottigliamento dell’acqua (con impianto da 16.000 metri quadrati), previa concessione che coinvolge fondi cinesi e inglesi. Contestualmente, le pompe private hanno cominciato ad incontrare problemi a pompare l’acqua e la cosa ha generato un’assemblea pubblica molto partecipata. Una petizione che ha raccolto 2000 firme contro la concessione lanciata tramite Change.org nell’estate 2022 ha messo in imbarazzo l’Amministrazione che ha finito per dare parere non favorevole alla concessione.

Gianni Sbrogiò ha richiamato il no della giunta padovana alla Quarta linea dell’inceneritore: un no definito “inutile” se non viene accompagnato da altre azioni che lo rendano credibile nella conferenza dei servizi: di fatto il Comune di Padova ha lasciato i cittadini da soli a ricorrere al TAR (https://www.facebook.com/noinceneritorepadova/).

Ha quindi sottolineato l’importanza del “saper fare insieme”. Ha suggerito a tutti coloro che lottano a Padova, compreso la Rete dei Beni Comuni di dar vita ad una piattaforma con gli obiettivi che si ritengono comuni e utile da perseguire in modo collaborativo

Riguardo al Regolamento Beni Comuni, osservando i tre patti stipulati, ha rilevato che l’unica cosa che sembra emergere siano dei patti per ottenere lavoro non retribuito.

Attività in corso e prossimi passi

Lia Toller ha evidenziato come un’altra area cittadina, quella delle ex caserme Prandina, sia un bene comune (sia ambientale sia storico) e ha invitato a partecipare all’incontro del 22 ottobre sul futuro dell’area, oggi minacciata dall’uso a parcheggio. Ha dovuto constatare l’indifferenza dell’Amministrazione comunale nei confronti delle proposte, progetto e manifesto già presentati dalle associazioni e cui non è stata data risposta.

Diletta e Elisa hanno ricordato che il primo maggio 2019 lo Spazio Catai occupò una casetta dell’Ater in Arcella, che venne ribattezzata Casetta Berta, denunciando contestualmente i problemi relativi al diritto alla casa a Padova. Lo spazio venne successivamente sgomberato e, per ora, non ri-assegnato. Attualmente, pagando un affitto, Casetta Berta ha riaperto uno spazio (in e per il quartiere) in via Pierobon, con Sportello sociale, recupera di frutta e verdura al MAAP, attività di sostegno e corsi di lingua aperte a tutti coloro che vogliano partecipare e collaborare (https://www.facebook.com/BertaCasetta/). 

In chiusura, Alessio Surian (Assemblea Ex Macello) ha sottolineato l’importanza di definire obiettivi comuni ad esperienze in questo ambito in modo da dar vita ad una piattaforma, in particolare per diffondere e sostenere le esperienze di autogestione legate agli usi civici e collettivi, elemento importante (anche se per ora disatteso) del Regolamento patavino.

I partecipanti si sono quindi trasferiti nell’atrio d’entrata per ascoltare il concerto dei Combo Suonda, che ha richiamato anche numerosi passanti in via Cornaro. Il gruppo – che ha introdotto a Padova il linguaggio del “Ritmo con i segni” – era stato l’ultimo gruppo ad aver suonato nei locali sgomberati il 15 gennaio 2020 ed ha fatto riverberare con la propria musica la volontà di continuare a far “vivere” i beni comuni e gli spazi d’incontro cittadini.

ELENCO BENI COMUNI E PATTI STIPULATI (FONTE COMUNE DI PADOVA)

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ASSEMBLEA PUBBLICA “BENI COMUNI: DALLA DEFINIZIONE ATTRAVERSO I REGOLAMENTI ALLA REALIZZAZIONE DI PRATICHE”

A un anno dall’approvazione del Regolamento dei Beni Comuni del Comune di Padova (il 25/10/21), alcuni gruppi di cittadini e cittadine si sono aggregati intorno all’idea che l’individuazione di alcuni beni in quanto “comuni” e la loro gestione condivisa, con le istituzioni e con il resto della comunità, possano costituire un volano verso pratiche che traducano la partecipazione in “interesse” verso il benessere collettivo.

📣La Rete dei Beni Comuni di Padova organizza presso il Parco dell’Ex Macello di via Cornaro il giorno 15 ottobre, dalle ore 17 alle 19, un’assemblea pubblica a cui sono invitate tutte le persone e i gruppi che, a vario titolo, hanno iniziato a pensare alla gestione dei beni (pubblici e non) come comuni, nell’ottica di restituire alle persone una propria “agibilità” nello spazio del confronto anche istituzionale e di favorire la messa in pratica degli strumenti messi a disposizione dall’Amministrazione.

Sarà un’occasione per fare il punto sulle iniziative a Padova e dintorni, quali ad esempio: le Dichiarazioni di uso civico e collettivo presentate a Padova per l’area dell’Ex Macello e di Sala Pinelli; la mozione presentata al Comune di San Giorgio in Bosco contro la richiesta di ampliamento dello stabilimento Acqua Vera; le iniziative di mappatura degli spazi “abbandonati”.

🎺Al termine dell’Assemblea condivideremo con gioia i ritmi della musica dei segni dei Combo Suonda

Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/1307002926796160

Passeggiata all’Ex Macello

vista aerea Ex Macello Padova

Venerdì 23 settembre, alle 17.30, in via Alvise Cornaro 1, l’Assemblea per l’Ex Macello Bene Comune ed ESCA (Esplorazioni Speleologiche Cavità Artificiali) invitano ad una “Passeggiata all’Ex Macello” in compagnia dello speleologo Adriano Menin che condurrà i partecipanti lungo un percorso di scoperta e di memoria dell’area.

Sarà anche un’occasione per fare il punto sulla mappatura online in corso dei Beni Comuni a Padova.

Lettera 30 giugno 2022 Ex Macello

Da: Assemblea di riferimento dell’Area Ex Macello

A:  Dott.ssa Fiorita Luciano, Gabinetto del Sindaco; Assessora Francesca Benciolini; Assessore Andrea Colasio; Assessore Andrea Micalizzi.

RE: Dichiarazione d’Uso Civico e Collettivo del bene comune Ex Macello

Padova 30 giugno 2022

Gentile

vi scriviamo a due mesi e mezzo dal nostro ultimo incontro (in modalità videoconferenza), il giorno martedì 12 aprile pomeriggio e a oltre sei mesi dalla presentazione da parte nostra della Dichiarazione d’Uso Civico e Collettivo del bene comune Ex Macello. 

In questi mesi abbiamo avuto modo di condividere con le Assessore Francesca Benciolini e Marta Nalin le modalità di funzionamento della nostra assemblea e le informazioni di cui disponiamo sull’area, oltre (ripetutamente) alla progettazione che abbiamo realizzato e che dà forma ad un percorso partecipato realizzato nel 2019 e rinnovato nel 2020 e nel 2022.

Ci saremmo aspettati da parte del Comune una verifica sia della Dichiarazione presentata ed un’esplicitazione dell’iter di riconoscimento del bene comune da parte della Giunta, sia delle modalità con cui dar corso alla cura e utilizzo del bene. In data 20 maggio l’Assessora Francesca Benciolini ha comunicato (in occasione di un’assemblea della Rete Beni Comuni all’Ex Macello) la disponibilità di un Vademecum che orienta il lavoro dell’amministrazione in questo ambito: ovviamente, se possibile, saremmo interessati a conoscere questo testo.

In anticipo rispetto all’incontro del 12 aprile, avevamo anche proposto di coinvolgere una parte terza che possa assicurare i requisiti di trasparenza e qualità necessari a stabilire relazioni collaborative e durature fra il Comune e la comunità di riferimento e avevamo segnalato che i requisiti più indicati per tale figura potrebbero corrispondere all’esperienza maturata da una persona come Sergio Lironi di cui sono note le conoscenze e competenze in ambito urbanistico e di processi di coinvolgimento dei diversi attori territoriali. Non avendo ricevuto alcun riscontro, rinnoviamo l’invito a verificare insieme modi e tempi con cui si potrebbe impostare un percorso in tal senso.

Rinnoviamo inoltre la richiesta di poter prendere visione degli allegati (ALLEGATO P2 DELIBERAZIONE G.C. N. 101 DEL 12/03/2021) che riguardano l’Ex Macello relativi alla DELIBERAZIONE DELLA GIUNTA COMUNALE N. 2021/0101 DEL 12/03/2021 in merito.

Rinnoviamo inoltre l’auspicio di poter accedere liberamente all’area (anche oltre le ore 19.00). 

Cordiali saluti

Assemblea di riferimento dell’Area Ex Macello

Assemblea pubblica del 20 maggio 2022 – Ex Macello via Cornaro Padova

A circa due mesi dalla promozione e sottoscrizione dell’ “Appello per l’approvazione della Dichiarazione di uso civico e collettivo e il riconoscimento dell’area dell’Ex Macello in via Cornaro a Padova come bene comune”, attraverso il quale con più di 1100 firme di cittadini, raccolte in una settimana, si è richiesto all’Amministrazione patavina di riconoscere l’Uso Civico e Collettivo dell’intera area dell’Ex Macello, l’Assemblea di riferimento dell’Ex Macello ha incontrato per 3 volte le Assessore Benciolini e Nalin, con l’obiettivo di riprendere un dialogo interrottosi a seguito dello sgombero avvenuto nel gennaio del 2020. 

Nonostante le Assessore abbiano manifestato piena disponibilità al dialogo e comprensione rispetto a quanto richiesto dalla Assemblea, gli incontri non hanno consentito, come avremmo pensato, di essere individuati come punto di riferimento, insieme ad altri attori, per procedere alla co-progettazione di quanto verrà realizzato nell’area.

Esiste un progetto, cui si è fatto menzione anche nella Commissione Congiunta (Politiche Turistiche e Culturali; Politiche di controllo e garanzie; Politiche del territorio, dell’ambiente e delle infrastrutture) del 4 marzo 2022 a valere su un bando pubblico (PINQuA – Programma Innovativo Nazionale per la Qualità dell’Abitare), di cui non è stato possibile avere le specifiche tecniche né la tempistica, eventuale, di finanziamento e realizzazione; non è invece stato preso in considerazione il progetto (non esecutivo, ma intanto di proposta delle attività possibili) che vari soggetti, sin dal 2019, avevano presentato all’Amministrazione, prima dello sgombero, con lo scopo di avviare proprio una co-progettazione, fondata sulla partecipazione di tutti i soggetti che a vario titolo avrebbero potuto mantenere l’area viva e utile per tutte le persone del quartiere e non. 

Siamo inoltre stati messi al corrente che i settori competenti (Settore Cultura, Turismo, Musei e Biblioteche) stanno lavorando per portare in Giunta una delibera finalizzata ad identificare dei criteri per la identificazione dell’Ex Macello quale Bene Comune. Anche su questo processo, l’Amministrazione ha scelto di muoversi ignorando (o quanto meno,  non ci  è stata data evidenza del contrario) sia la letteratura giuridica in merito a “come” si individua un bene comune, sia i criteri che come Assemblea abbiamo indicato nella Dichiarazione di Uso Civico depositata presso gli Uffici Competenti del Comune in data 23 dicembre 2021

Abbiamo invece condiviso con le Assessore che almeno la parte praticabile del Parco dell’Ex Macello, quello antistante la Basilica, oggi usato per lo più come parcheggio (l’assenza di parcheggio costituisce un problema non secondario per l’ambiziosa progettazione PINQuA), possa restare nella fruibilità pubblica, essendo fino a ieri quell’area utilizzata soltanto da alcuni soggetti e preclusa ai più, secondo modalità gestionali che si possono definire almeno “poco trasparenti”. Pertanto, oggi l’Ex Macello resta aperto quotidianamente dalle 9 alle 19. 

Per riprendere il filo intorno a tutti questi aspetti; per confrontarci sulle varie esperienze di gestione condivisa di un bene, o di autogestione presenti in città; per individuare una strategia condivisa su come dare valore alla modalità di “uso civico e collettivo” come modalità possibile anche nella nostra città, vi invitiamo ad un incontro pubblico che si terrà Venerdì 20 maggio prossimo dalle ore 17 alle ore 19. Confidiamo per il confronto anche nella presenza all’incontro dei candidati Sindaci e Consiglieri alle prossime elezioni amministrative, cui rivolgiamo con questa lettera invito esplicito. 

Mappatura Collettiva degli spazi abbandonati a Padova

L’eterogeneo arcipelago dei Beni Comuni è da decenni, un tema di studio oltre che un orizzonte di pratiche collettive volte a mettere al centro del dibattito, le comunità e la cura dei territori. La sfida che in questo caso coincide con una domanda, è se queste pratiche possano contribuire a rendere più democratiche le democrazie, se la collettività possa dal basso alzare l’asticella del concetto stesso di partecipazione. In Italia si è assistito negli ultimi anni ad un intensificarsi di studi sul tema, esperienze come quella di Napoli (Asilo Filangeri) insegnano, fanno scuola e soprattutto tracciano un solco. L’uso civico e collettivo ampiamente sperimentato nella città partenopea e frutto di un processo di studio “aperto”, oltre che di formazione e ricerca è la messa in pratica di un ideale che invece di essere marginalizzato viene riconosciuto dalle autorità competenti.Viene quindi lasciato spazio alle comunità di autodeterminarsi e di cimentarsi con le pratiche decisionali che ritengono più opportune e aderenti al desiderio della comunità stessa.

Questo rappresenta ad oggi un unicum sul territorio nazionale.

Così facendo il concetto stesso di territorio inteso come l’insieme delle risorse naturali, sociali e fisiche oltre che delle persone che lo abitano e lo attraversano assume un aspetto centrale. I Beni Comuni nelle loro diverse declinazioni non rappresentano una bolla sospesa, una nicchia intellettuale incapace di interagire con l’ambiente circostante, al contrario si intrecciano indissolubilmente con tematiche che rimandano ad assetti più generali e complessi toccando interessi economici e dinamiche di potere all’interno dell’assetto democratico.   

A Padova è stato approvato un regolamento che tiene insieme alla regolamentazione, la pratica dell’uso civico e collettivo, riconoscendo, per ora, solo sulla carta, la possibilità agli abitanti di autogovernarsi e di gestire collettivamente un determinato spazio identificato dalla stessa comunità come un Bene Comune.

Il tema degli spazi è in questo caso dirimente poiché negli ultimi cinque anni si è assistito  progressivamente allo sgombero dei luoghi che in città garantivano la possibilità di una socialità svincolata da logiche commerciali e di consumo. Luoghi preziosi di cura, di confronto e di responsabilità verso l’altro. Spazi capaci di produrre un valore sociale che impatta sugli ambienti urbani, e non, in cui sono inseriti.  

Padova è una città che già presenta quasi il 50% di suolo consumato, la percentuale più alta in Veneto, che a sua volta è la seconda regione in Italia (Fonte Rapporto ISPRA 2021). Ciononostante la direzione continua ad essere quella di progredire nella cementificazione, come dimostrato dagli 11,15 ha di consumo di suolo tra il 2019  e il 2020. 

La scelta paradossale, quindi, è quella di continuare a consumare una risorsa naturale già compromessa invece di recuperare e rivalorizzare spazi già costruiti ed inutilizzati.

Inoltre, negli ultimi anni si è assistito, come si accennava in precedenza, alla criminalizzazione e allo sgombero di varie realtà che invece questo lavoro di recupero lo stavano facendo, utilizzando questi spazi per dare dei servizi alla comunità, talvolta anche andando a riempire dei vuoti e storture dell’amministrazione. E’ il caso, per citarne alcuni, della Clac in Ex-Macello e di Casetta Berta che si trovava in un edificio abbandonato alla regione.

Come Rete dei Beni Comuni, a fronte del percorso assembleare portato avanti nell’ultimo anno, abbiamo deciso di elaborare uno strumento digitale collettivo, pensato per mappare gli spazi abbandonati sul territorio. La prima ragione che ci ha spinto a concentrarci su questo progetto è perché crediamo sia importante avviare una discussione a livello cittadino riguardo agli spazi abbandonati e alla loro rivalorizzazione, con logiche che vadano aldilà del mero profitto economico. Per creare le condizioni necessarie affinchè questo processo possa svilupparsi al meglio, riteniamo che la disponibilità di informazioni create dal basso e liberamente accessibili sia un elemento fondamentale.

La mappatura vuole essere uno strumento in mano ai cittadini per prendere parte ai processi in atto nella città. Non solo segnalando i luoghi abbandonati, ma anche creando proposte per il loro recupero.

In questo senso, la mappa dei luoghi abbandonati vuole fungere da risorsa per tutte quelle realtà o que* singol* che vogliano avviare dei processi atti a restituire questi spazi alla Città e ai cittadini, avviando iniziative di gestione condivisa dal basso, individuando e animando quindi, dei nuovi “beni comuni”.

Infine, teniamo a specificare che la mappatura, per quanto ideata e realizzata dalla Rete come strumento pratico, è essa stessa un bene comune digitale, è pertanto aperta e a disposizione alla cittadinanza tutta. L’abbiamo immaginata come  un luogo di costruzione collettiva di conoscenza del territorio in cui si abita, liberamente gestito e fruito dalla comunità.  

La mappa è liberamente consultabile a questo link.


Con questo form potrai contribuire alla mappatura partecipativa degli spazi abbandonati a Padova. 

BENE COMUNE SI, BENE COMUNE NO

La natura di alcuni luoghi assume nel corso dei decenni una dimensione emotiva che trascende il tempo e lo spazio, in questi luoghi è possibile sentire, se ci si pone in ascolto, attento e profondo, l’eco dei passi che li hanno attraversati, la memoria trasuda dalle mura di pietra, gocciola tra le venature delle foglie e tra i solchi ruvidi delle cortecce di alberi centenari.

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