LA PRIVATIZZAZIONE E’ L’UNICO MODO PER GESTIRE UN BENE MONUMENTALE PUBBLICO?

COMUNICATO STAMPA PER L’EX MACELLO BENE COMUNE

Con la Delibera di Giunta del 20 gennaio 2026 si è dato il via libera alla eventuale manifestazione di interesse, da parte di soggetti altri rispetto alla Cooperativa Pleiadi – già identificata da circa 5 anni dall’Assessorato alla Cultura come soggetto gestore dell’intera area dell’Ex Macello – per la gestione dell’Ex Macello, escluso l’edificio n. 10 (che supponiamo sia l’edificio a L, individuato dalla Giunta come bene Comune e oggetto di un Patto di collaborazione presentato più di un anno fa da un gruppo di circa 8 associazioni, e non ancora sottoscritto dalla Amministrazione).
La lettura della Delibera solleva una serie di domande e dubbi sulle modalità in cui questa Amministrazione gestisce il patrimonio pubblico e comunale; modalità che vengono denominate “partecipative” e che invece riguardano solitamente l’attuazione di decisioni già prese nelle stanze degli Assessorati.
Constatando quindi l’ormai certa privatizzazione della gestione dell’Area dell’Ex Macello (bene monumentale e patrimonio culturale della nostra città), abbiamo posto alla Amministrazione alcune domande:

  • l’accordo tra il Comune e il soggetto che prenderà in gestione l’area è per 25 anni. Qual sarà l’affitto che l’ente gestore pagherà al Comune?
  • la Delibera prevede che l’erogazione dei servizi verrà effettuato secondo principi di “mutualità”, che (da dizionario): “… si fondano sull’aiuto reciproco e la solidarietà, dove i membri di un gruppo (spesso soci di cooperative o mutue) collaborano per ottenere benefici comuni, come migliori condizioni economiche o assistenza, anziché puntare al profitto individuale. Si distingue per la partecipazione volontaria, la condivisione dei rischi e l’assenza di scopo di lucro, fornendo beni o servizi a condizioni più vantaggiose rispetto al mercato”. Ci attendiamo dei costi di accesso alle strutture molto più bassi rispetto ai canonici 15 euro. È sostenibile questa impresa cooperativa? Si darà lavoro dignitoso e non a basso costo a chi lavorerà in Ex Macello?
  • la Delibera prevede l’utilizzo da parte del gestore della formula della “subconcessione” a soggetti competenti. Questo vuol dire che, ad esempio, il Planetario verrà subappaltato agli attuali gestori e la Cattedrale a Sperimentando e a AIF per lo svolgimento delle consuete attività? In tal caso, si sono già interfacciati i vari soggetti e si sono verificate le condizioni per la realizzabilità di questa opzione?
  • la Delibera prevede che sia la Coop Pleiadi (o comunque il gestore – Concessionario) ad occuparsi dell’area verde, del patrimonio informatico e del patrimonio librario. Come mai si è deciso di intraprendere questa strada senza interpellare anche l’Assemblea per Ex Macello Bene Comune, visto che è da circa 6 anni che abbiamo messo sul tavolo la nostra disponibilità ad affiancare chiunque per mettere in salvo il patrimonio CLAC (informatica e biblioteca)? Proprio lo scorso anno facevamo un sopralluogo con l’Assessore Colasio il quale ci garantiva che saremmo stati coinvolti e che il patrimonio librario (circa 5000 volumi) sarebbe stato sottratto alle muffe per essere valutato e scelto. Possiamo dire quindi che l’Assessore dice bugie e promette quanto non mantiene?
  • la Delibera prevede l’ingresso gratuito annuale (alle attività previste dal gestore) di 30 classi. Come verranno selezionate? Perchè 30 e non 50 o 10?
    Ultimo ma non meno importante dubbio sulle modalità “partecipative” proposte per il recupero di un bene pubblico comunale: cosa ne sarà dell’importante elemento storico rappresentato dall’ ipogeo cinquecentesco sotto l’edificio “L”, sin dall’inizio posto all’attenzione dell’Amministrazione alla quale era stato proposto un progetto, con tanto di studio, per il recupero anche della parte sotterranea, e che, a parole, su questo era consenziente?
    A queste domande abbiamo ricevuto una inappuntabile risposta formale da parte del Gabinetto del Sindaco (e non degli assessorati interessati): tutto viene fatto a norma di legge e quando tutta la procedura sarà conclusa avremo anche le risposte alle nostre domande. Questa è partecipazione della attuale Giunta e del Consiglio del Comune di Padova. Dire spesso sì, annuire e poi tirare dritto sulle decisioni già prese!
    Un’area dal valore storico, paesaggistico, naturalistico enorme verrà privatizzata, di fatto. Senza aver immaginato, sognato, desiderato, pensato, tentato alcuna strada differente.
    Le associazioni che fanno riferimento all’ Area Ex Macello di via Cornaro, d’intesa con altre associazioni e comitati cittadini, si mobilitano per la salvaguardia di un bene comune di interesse storico, paesaggistico e naturalistico e organizzano un presidio di informazione e protesta contro la delibera della Giunta Comunale del 20 gennaio 2026. A partire da sabato 9 a martedì 12 maggio dalle ore 18 in poi ci saranno banchetti informativi, arte e musica aperti a tutti.

Ex Res Publica: dall’assemblea dell’Ex Macello di Padova un incontro aperto il 16 novembre

Il 16 novembre 2025 l’assemblea dell’Ex Macello pubblico di Padova (via Cornaro) offre un pranzo e una conversazione collettiva per fare il punto a sei anni dallo sgombero e dopo oltre un anno di attesa della firma del patto di collaborazione.

L’area dell’Ex Macello pubblico di via Cornaro a Padova costituisce il compendio di tutto ciò che una Amministrazione può fare per delegittimare, e quindi, depotenziare il capitale sociale che si crea attorno ad un “luogo dell’anima”.

15 Gennaio 2020. Primo atto. Sgombero forzato effettuato dalla Questura, in accordo con l’Amministrazione, di uno stabile non occupato abusivamente, vuoto al momento dello sgombero, e senza preavviso alle associazioni, con imponente impiego di forze in assetto antisommossa. L’area dell’Ex Macello, utilizzata sin dal 1973 da numerose e variegate associazioni, tra cui, in particolare, la Comunità per le Libere Attività Culturali e il Club Unesco-Tesoro del Mondo, ha una lunga storia di volontariato culturale che va ben oltre il panorama cittadino.

25 Ottobre 2021. Secondo atto. L’Amministrazione Comunale pubblica il Regolamento beni comuni, che disciplina la collaborazione tra cittadini e Comune per la cura dei beni condivisi. Ai sensi regolamento l’Assemblea di riferimento per l’area dell’Ex Macello avvia un processo di scrittura e progettazione condivisa e il 23 dicembre 2021 consegna all’Amministrazione Comunale una Dichiarazione di Uso Civico e Collettivo dell’area. L’Assemblea è composta da associazioni e cittadini/e: la richiesta dell’Assemblea non riguarda il disporre di spazi, ma individuare l’intera area come “bene comune”, ai sensi del regolamento pubblicato, per salvare (anche il parco didattico) da una possibile speculazione commerciale. Nonostante sia evidente l’uso civico e collettivo dell’area da quasi cinquant’anni, l’Amministrazione evita di rispondere nel merito della Dichiarazione.

2021 – 2023. Terzo atto. Commissioni consiliari in cui si discute il futuro dell’area (ossia metterla a profitto dandola in gestione a cooperative per la realizzazione di un museo della scienza, ma anche realizzando un “punto ristoro”, che nel progetto precederebbe la realizzazione del Museo); incontri con Assessori e Uffici di riferimento; sopralluoghi congiunti. Tutto questo ha l’obiettivo di: prendere tempo, e scongiurare la possibilità di portare in Giunta la richiesta della Assemblea di riferimento. Nel frattempo, passano circa 2 anni dalla presentazione della Dichiarazione di Uso Civico e collettivo. Si rende evidente, alla luce di quanto l’Assemblea apprende dai giornali e non dagli uffici comunali, che l’Amministrazione non accetterà mai di individuare l’intera area dell’Ex Macello come Bene Comune, e che andrà avanti il processo di “messa a rendita” dell’area. Ad un certo punto, l’Assemblea viene convocata e, sebbene mai le sia stata data una risposta sulla Dichiarazione di uso civico, le viene proposto di disporre dello spazio di un solo edificio fra quelli presenti nell’area e di prossimo restauro.

2024. Quarto atto. L’Assemblea di riferimento tiene duro. Le Associazioni componenti l’Assemblea si rendono conto che l’edificio, loro destinato, ha spazi non adeguati alle attività di propria competenza. Cercheranno anche un altro spazio. Ma vogliono restare in Assemblea, vogliono concorrere a gestire lo spazio, semmai verrà restituito, perché “ci sembra doveroso, dopo tutto quello che qui abbiamo realizzato”.

Giugno-Ottobre 2024. Le Associazioni dibattono. Si incontrano. Hanno attività diverse. Hanno visioni diverse. Hanno bisogni diversi. Hanno modi di esprimersi diversi. Eppure, quello che si condivide è la pena di vedere uno spazio “libero”, dove tutte le persone potevano sostare e incontrarsi, dove molte associazioni hanno svolto attività per decenni, ridursi progressivamente ad un parco disalberato con i cancelli chiusi, divenire uno spazio, come ormai sono tutti gli spazi, destinato al “consumo” di qualcosa, a pagamento.

8 Ottobre 2024. Le Associazioni presentano alla Amministrazione, dopo due incontri anche con le Assessore di riferimento, un Patto di Collaborazione. Si prende atto che la Dichiarazione di uso civico non otterrà mai un riscontro. L’impressione è che l’Amministrazione non abbia compreso il “valore d’uso” di uno spazio come l’Ex Macello; non possa o voglia riconoscere che l’aggregazione spontanea di persone generi salute; che non tutto lo spazio pubblico debba essere necessariamente occupato dalla “politica”; debba o possa ricevere il bollino di appartenenza. E sembra non comprendere che usare il Regolamento dei Beni Comuni come modo per istituzionalizzare e regolamentare la vita delle persone negli spazi pubblici toglie proprio ciò che i regolamenti stessi dovrebbero favorire: il desiderio di far parte di qualcosa.

25 Ottobre 2024. L’Assemblea di riferimento per l’Area ex Macello organizza un momento conviviale. Alla festa, in musica, partecipano circa 150 giovani. Per lo più student*, compresi student* fuori sede. “Wow… qui c’è un’atmosfera unica, non avevamo mai visto una festa così Padova; libera, senza etichette e dove non si paga.”

25 Ottobre 2025. Quinto atto. Il Patto di collaborazione non è ancora stato sottoscritto. Siamo in attesa di ricevere la bozza consegnata un anno fa alla Amministrazione, per poterla sottoscrivere.

Ad un anno di distanza dall’ultima, organizzeremo un altro momento di incontro, un’altra festa: una di quelle dove non si paga.

Tratto da: https://www.laboratorioinchiesta.it/2025/10/ex-res-publica-dallassemblea-dellex-macello-di-padova-un-incontro-aperto-il-16-novembre/

5 domande a proposito dell’area dell’Ex Macello di via Cornaro a Padova

Il 29 agosto 2023 venne riunita al Comune di Padova la commissione consiliare in merito al destino dell’area dell’Ex Macello. In proposito vennero pubblicati due articoli dai quotidiani il Mattino e il Gazzettino. L’articolo del Mattino riportava alcune inesattezze.  L’articolo del Gazzettino aveva una verve più liberal, accattivante. 

Riporto un estratto dal commento che feci in proposito perché tutt’ora attuale.

Nell’articolo parlava di “soldi, quelli da spendere e soprattutto quelli da guadagnare. Chi li guadagnerà? Una srl, già identificata e presente alla commissione consiliare del 29 agosto 2023, con cui il Comune stipulerà un accordo di partenariato previsto dal nuovo Codice dei Contratti. L’Assessore Colasio e i Dirigenti presenti hanno, a più riprese, detto “Emetteremo un bando per l’attribuzione dei lavori, a cui parteciperà la srl. Le Pleiadi; ma naturalmente sarà un bando aperto a tutti”. Mi domando come sia possibile che, stante questa già consolidata partnership, sarà possibile in futuro coinvolgere altri attori. A più riprese si è fatto riferimento alle due associazioni che oggi ostacolano il pieno restauro di uno degli stabili dell’area, minacciandone addirittura lo sgombero. Sono quelle stesse associazioni a cui, a differenza delle altre, tutte identificate in modo approssimativo nella CLAC, è stato concesso proprio dal Comune di restare nell’area, e con cui il Comune negli ultimi 3 anni ha anche promosso alcune iniziative. Ci si era domandati come mai questa disparità di trattamento, tra associazioni considerate fedeli, o forse buone più di altre: naturalmente mai ottenuto risposte, salvo apprendere che anche quel “matrimonio” è saltato.

Il progetto illustrato appare nebuloso per una serie di elementi:

a) il finanziamento e il ritorno di investimento. I soldi della Fondazione Cariparo ci sono davvero e sin da subito? È plausibile che in un museo della scienza come descritto vi siano circa 50.000/70.000 visitatori all’anno, in una città come Padova? Infine: è corretto che a fronte di un investimento di 2 milioni di euro dal privato, il privato possa fruire degli spazi assegnati gratuitamente? Facendo due conti, è come se il privato per 10 anni pagasse 16.600 euro/mese di affitto; e ammettendo che possa ricevere la visita di 50.000 persone anno, con un costo del biglietto “pop” a 10 euro, incasserebbe 500.000/anno. L’affitto rientrerebbe nell’investimento iniziale dei 2 milioni. Ma siamo sicuri che 500.000 euro/ anno siano sufficienti a garantire la qualità del servizio così decantata in commissione (ossia lavoratori e lavoratrici formati e giustamente pagati, strutture manutenute, innovazioni tecniche e tecnologiche ecc).? Se no, quanto costerà il biglietto per accedere a questo museo? E dunque, per quali tipologie di utenti sarebbe fruibile il museo, quelli con un reddito superiore a 50.000 euro?

b) come mai tutto il progetto di restauro e rigenerazione dell’area parte dall’area ristoro (caffetteria e ristorante)? Oggi, quando vado all’Ex Macello, la pizza, o la birra o il caffè  li prendo alla pizzeria Albatros. Che bisogno o che urgenza c’è di rendere funzionante INNANZITUTTO una caffetteria? Chi sono i soggetti che potranno prendere in gestione la caffetteria? Possibile sia, come si vocifera, una importante scuola di formazione professionale alberghiera, e se sì, perché non rendere l’eventuale caffetteria appetibile a più soggetti?

Durante tutta la commissione, nessun riferimento alla Dichiarazione di uso Civico e Collettivo presentata dal gruppo di cittadini e associazioni di cui faccio parte.
Sembra proprio che a questa Amministrazione che ha vinto le elezioni, come la precedente, per essersi presentata come dialogante su temi innovativi (come i beni comuni), dei beni comuni proprio non interessi nulla”. 

A quasi un anno di distanza, il 18 agosto 2024, il Gazzettino è riuscito in un’impresa davvero difficile: rendere ancora più rovente l’estate più calda di sempre. Apprendiamo dal Gazzettino, infatti, del grandioso progetto che questa Amministrazione Comunale ha valutato positivamente in merito all’area dell’Ex Macello di via Cornaro a Padova, a cura della Società Le Pleiadi

Anche quest’anno, la lettura dell’articolo solleva dubbi e domande

1) perché non si accenna neppure di striscio al fatto che l’area sia contornata da uno dei più importanti canali storici della città e da un lungo tratto di mura rinascimentali che termina con il Ponte delle Gradelle che, a sua volta, lo unisce col Torrione Buovo e con il complesso del Castelnuovo, luoghi chiave del percorso per la fruizione del Parco? Forse che l’Assessore Colasio e Le Pleiadi (assegnatarie in pectore dello spazio, per via diretta, a quanto pare, sebbene forse si farà un bando) non sappiano che nel frattempo da più di un decennio si sta lavorando ad un parco integrato delle Mura e delle Acque? 

2) Di che apertura alle Associazioni si parla se
(a) il territorio non è stato informato né convocato
(b) alla dichiarazione di uso civico e collettivo su TUTTA l’area che ha al centro proprio le attività educativo-culturali NON è stato dato seguito (in contraddizione col regolamento comunale)? 

3) Un’amministrazione comunale che abbia la trasparenza amministrativa tra i propri criteri guida dovrebbe smentire immediatamente quanto apparso sul giornale: non c’è stata nessuna gara, nessun avviso, nessun bando (call for ideas) sull’Ex Macello. È invece curioso come una società privata presenti un progetto su uno spazio pubblico e dica che l’Amministrazione comunale è disponibile a finanziare gran parte del progetto, così come la Cariparo. 

4) Che tipo di impresa è quella Società che decide di investire 2,5 milioni in uno spazio pubblico che legalmente e normalmente viene assegnato per un periodo inferiore ai 9 anni?

5) Sappiamo che per ristrutturare gli spazi di palazzo Cavalli (sede attuale di un polo museale scientifico molto apprezzato, il Museo della Natura e dell’Uomo) sono stati investiti 24 milioni di cui 1,7 solo per la parte tecnologica, mentre tutto il materiale in esposizione – il contenuto – era già di proprietà di Università di Padova. Ci chiediamo se valga davvero l’impresa replicare un’esperienza museale (vero è che la cultura non è mai troppa) e soprattutto ci domandiamo, e lo domandiamo anche all’Università di Padova, come sia possibile pensare ad un museo cittadino senza collaborare con una delle università più stimate in Italia e senza prendere minimamente in considerazione il lavoro educativo e culturale che in quell’area viene già svolto e che le associazioni che operano in quell’area hanno sviluppato per 50 anni. 

Annalisa Di Maso
Comunità di riferimento per l’Ex Macello

Foto: Ex Macello di Padova, di Vittoriana Tiersen

Articolo originale: https://www.laboratorioinchiesta.it/2024/08/ex-macello-padova-5-domande/

DIFENDIAMO I LUOGHI DELL’ANIMA O LE CITTÀ NON FUNZIONERANNO PIÙ L’EX MACELLO? UN GRANDE FURTO

Articolo tratto da “Il Mattino” di Padova – 21.01.2024

di Cristiano Cadoni

Esperti, docenti e amministratori a confronto sul riconoscimento degli spazi collettivi L’esempio di Terranostra a Casoria. Il filosofo Capone: «A Padova possibile il ricorso al Tar»

LE BUONE PRATICHE

Prima ancora che una delibera comunale o una legge li classifichi e li sottoponga a forme di regolamentazione, ci sono spazi o edifici pubbliche che hanno dentro una storia, un vissuto. «Luoghi dell’anima», li definisce Maria Tommasina D’Onofrio, assessora all’Urbanistica di Casoria, comune di 78 mila abitanti nell’area metropolitana di Napoli dove con una scelta tanto impopolare quanto coraggiosa l’amministrazione – dopo aver approvato a fine 2023 un regolamento dei Beni comuni – si appresta a concedere l’uso civico per Terranostra, un parco che è stato a lungo occupato e che i cittadini hanno sempre vissuto come luogo di incontro. 

Una storia simile a quella dell’ex macello di Padova e che proprio per questo è stato portato a modello ieri in occasione di un incontro su Beni comuni e usi civici, promosso dal dipartimento Icea dell’Università di Padova insieme alla Rete Beni comuni.

Il coinvolgimento dell’Università non è casuale. A Napoli la Federico II, presente ieri in collegamento video con Enrico Formato, docente di Urbanistica, è stato fondamentale nel processo di mediazione fra il Comune e la comunità di riferimento dell’area verde, che è stata sottratta prima all’abbandono e poi a possibili speculazioni con quella che lo stesso Formato ha definito «urbanistica costituzionale», un processo che parte dal riconoscimento di aree che hanno una valenza sociale ed ecologica e che fornisce ai Comuni gli strumenti per restituire alla collettività spazi da vivere in virtù di un interesse pubblico prevalente. «L’ideale», ha detto il docente, «sarebbe riuscire ad applicare lo stesso processo su tutte le aree fra città e campagna, considerate ingiustamente una riserva per l’edificazione e invece fondamentali per l’inversione dei processi di consumo di suolo».

È una bella storia di resistenza quella di Terranostra: sette anni di occupazione, una comunità che si organizza, petizioni, assemblee (più di 400) e la vittoria finale, ormai vicina. «Il termine Bene comune è abusato», ha ammesso Angelo Vozzella, uno dei portavoce della comunità di riferimento. «Ma ha senso quando sblocca energie, quando le persone se ne appropriano e in quel luogo si esprimono. Non si tratta solo di portarci il cane ma di portarci idee. Perché siano riconosciute, però, c’è bisogno di un apprendimento istituzionale, cioè che i Comuni imparino a riconoscere quello che succede in questi luoghi, i bisogni che vengono soddisfatti, nel nostro caso era lo stare insieme, potendo avere tempo libero di qualità, senza per forza spendere soldi».

Le similitudini con la storia dell’ex macello di via Cornaro sono tante, a cominciare dal fatto che «in virtù dei saperi che si accumulano lì dentro, questi diventano luoghi di produzione di politiche pubbliche», ha detto Maria Francesca De Tullio, attivista ed esperta di Beni comuni. «Siamo davanti a un nuovo assalto alla ricchezza pubblica», ha aggiunto Nicola Capone, filosofo, ricercatore ed esperto di Beni comuni, riferendosi ai tanti «spazi sottratti alle comunità e che sono una rapina, non tanto per lo spazio in sé ma perché sottraggono alle persone la possibilità di avere un luogo di espressione, che è sancito dalla Costituzione. Gli spazi pubblici non possono ridursi ai tavolini dei bar, luoghi di consumo, o alle aree carrabili. Oggi mancano spazi di incontro, di appartenenza, di democrazia e le città non respirano, non funzionano. Mancano proprio i luoghi dell’anima e dell’intimità, spazi da usare più che da possedere, proprio com’era l’ex macello di Padova. Che è stato sottratto alla collettività, sdemanializzato ed è diventato un patrimonio nella disponibilità del Comune». Che vuole recuperarlo, ma per cominciare – guarda caso – ci fa aprire un bar. «In mancanza di un atto che sancisca questo passaggio», ha sottolineato Capone, «è possibile opporsi, con un ricorso al Tar, anche perché c’è una sentenza della Cassazione che parla chiaro. E resistere facendo capire alla cittadinanza la portata del furto che c’è stato». Perché «l’uso dell’ex macello è sedimentato da quarant’anni e la pratica del suo uso doveva – produrre una regolamentazione pubblica che andasse nella direzione dell’uso civico». 

Invece non c’è stata. Anzi, il Comune, nonostante il regolamento sui Beni comuni, finora ha opposto il silenzio alla richiesta di uso civico fatta dalla comunità di riferimento.

Gli usi civici e i beni comuni: l’esperienza campana a Padova il 20 gennaio

scugnizzo liberato commons napoli

EVENTO FB: https://www.facebook.com/events/876188140955784/

La Rete Beni Comuni di Padova organizza sabato 20 gennaio 2024 (10.30-12.30) un incontro pubblico ospitato nell’Aula Solesin dell’Università di Padova, in via Cesarotti 12, che vede al centro gli usi civici e collettivi a due anni dal seminario internazionale centrato sulle pratiche nei Paesi mediterranei (qui il report e l’audio registrazione).

A due anni di distanza, purtroppo, a Padova il regolamento comunale registra appena cinque “patti di collaborazione”, uno maldestramente presentato come “uso civico”. Nel frattempo, non è mai stata portata in giunta (come vorrebbe il regolamento) la richiesta della comunità di riferimento dell’ex macello di via Cornaro, né dal Comune sono giunte risposte ai solleciti anche formali inviati dalla comunità che ha provato a continuare a prendersi cura dell’area organizzando visite a carattere culturale e la cura dell’orto esterno demaniale.

Sono almeno tre le novità al centro dell’incontro che vede protagonisti Nicola Capone e Maria Francesca De Tullio, attivi a Napoli e dintorni sia nella comunità dell’Asilo, sia in percorsi di ricerca, in particolare con l’Università degli studi di Napoli “Federico II”.

Napoli e i cantieri di coprogettazione

A Padova avranno modo di presentare gli esiti di una corposa ricerca, appena pubblicata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, su “Spazi di comunità”, documentazione e analisi delle pratiche di riuso di spazi dismessi a fini collettivi, che presta particolare attenzione alle esperienze pugliesi e campane.

In questo contesto si sta rivelando prezioso il lavoro di coprogettazione sulla rigenerazione dei beni comuni Scugnizzo liberato e Ex OPG – Je so’ pazzo per il diritto d’uso civico e collettivo, con il coinvolgimento di Invitalia e dell’Agenzia del Demanio.

Nel nuovo numero di “Quaderni della decrescita” il testo “Faust fermato a Napoli” di Gaetano Quattromani documenta questi percorsi di coprogettazione – ispirati dall’uso civico e collettivo in funzione di politiche pubbliche – per i prossimi interventi di ristrutturazione di Scugnizzo Liberato ed Ex OPG – Je so’ pazzo: “Accanto alla pratica del quotidiano e alla proposta giuridica, entrambe proprie del mondo dei beni comuni di Napoli, un po’ sottotraccia ci può essere una ricaduta in termini di proposte di rinnovamento democratico in senso radicale, non soltanto in merito alla vita istituzionale delle nostre città, ma in relazione al portato dell’esistenza collettiva dei territori, dell’autorganizzazione dei gruppi sociali e dell’autogoverno delle comunità”.

Il cantiere dell’Ex OPG – Je so’ pazzo, frutto di questo percorso di co-progettazione, aprirà a breve ed i lavori sono previsti fino al 2026 con un investimento di 44 milioni di euro per intervenire sui 16.000 metri quadri del complesso degli edifici (nato come S. Eframo Nuovo nel 1572) e i 4.600 metri quadri all’aperto.

Il regolamento dei beni comuni di Casoria

Una terza novità è l’approvazione (il 27 dicembre 2023) del regolamento dei beni comuni del Comune di Casoria che riconosce il diritto d’uso civico e su cui è attesa la delibera di giunta in merito al riconoscimento come bene comune ad uso civico una parte del parco pubblico della città occupato da sette anni dagli attivisti di Terra Nostra. Un riconoscimento importante per il lavoro di questa comunità e della collaborazione fra Comune, Università degli studi di Napoli “Federico II” e Terra Nostra.

A questo proposito, interverranno da remoto all’incontro di Padova Maria Tommasina D’Onofrio, Assessora alla Pianificazione ed Assetto del Territorio del Comune di Casoria (Napoli), l’urbanista Enrico Formato (DiArch, Università degli studi di Napoli “Federico II”) ed esponenti della comunità di riferimento di “Terra nostra”. Questo è il loro recente comunicato dopo l’approvazione del regolamento comunale e l’intenzione espressa dalla giunta di riconoscerne il diritto d’uso civico e collettivo di parte del parco comunale:

“Non abbiamo mai lottato per un’assegnazione diretta di Terranostra.

Volevamo riconosciuto un diritto, per tutti e tutte, non solo per noi: il diritto di uso civico e collettivo, ossia la possibilità per gli abitanti e le abitanti di autorganizzarsi, per curare e gestire dal basso, insieme, in maniera trasparente e democratica, pezzi di città.

Volevamo che il patrimonio pubblico fosse difeso dalle speculazioni dei privati e sottratto a quella che troppo spesso è la cattiva gestione delle amministrazioni locali. Garantire, insomma, che gli spazi e i servizi della città fossero beni comuni veri, a disposizione di tutte le persone per emanciparsi, per vivere una vita dignitosa e libera, in una logica di interdipendenza e solidarietà.

Volevamo aprire uno squarcio nel velo della politica autoreferenziale, creare un precedente per spostare l’asse del potere dall’alto verso il basso.

Sono serviti sette anni di occupazione, tante lotte, una petizione, un’opera instancabile di ‘apprendimento istituzionale’, ma alla fine abbiamo conquistato questo diritto, che adesso è riconosciuto nel regolamento comunale per la gestione condivisa dei beni comuni.

Abbiamo raggiunto uno storico obiettivo, dando a Casoria uno strumento innovativo e all’avanguardia. Grazie alla collaborazione tecnica con l’amministrazione comunale, il DiArc della Federico II, l’osservatorio sui beni comuni napoletano, adesso l’uso collettivo è su carta, nero su bianco, ma tocca a tuttə noi, rendere questo diritto effettivo, farlo vivere nelle pratiche, nella partecipazione, per tornare a condividere insieme il sogno di Terranostra e per autogovernare le nostre vite, come prima, meglio di prima.

Grazie a chi ci ha creduto. A chi non ci credeva, ma si ricrederà d’ora in poi. A chi non ha mai mollato la presa. A chi ha pianto e ha saputo lottare e realizzare ciò che per chiunque era impossibile, ma ora è realtà.

È solo l’inizio. Non ci fermiamo. Andiamo avanti. Fino alla vittoria.

Lotta. Vivi. Ama”.

Un commento di Nicola Capone

I beni comuni intensificano la relazione tra il mondo dei beni e quello delle persone, attraverso l’esercizio dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione. Quasi sempre essi riguardano beni pubblici demaniali lasciati al degrado o oggetto di mercificazione, che comunità di abitanti hanno riabilitato alla loro intrinseca funzione sociale, garantendone l’inalienabilità, l’accessibilità, la fruibilità e il loro uso pubblico.

Riconoscerli come beni comuni significa funzionalizzarli all’esercizio dei diritti fondamentali. Favorirne, invece, il loro uso civico e collettivo significa non solo rendere effettivo il loro contenuto giuridico e politico (inalienabilità, accessibilità, fruibilità, uso pubblico), in quanto beni demaniali, ma rendere concreta la possibilità di esercizio dei diritti fondamentali.

Questo esercizio di diritti si sostanzia innanzitutto nel diritto alla partecipazione diretta delle comunità di abitanti alla loro cura e al loro governo. Ma quello che ha dimostrato finora l’esperienza è che da questa pratica di cura e di governo emerge una nuova forma di regolamentazione pubblica del bene che, in prima istanza, si manifesta nella forma di Dichiarazioni d’uso civico e collettivo.

Queste “Dichiarazioni” hanno di per sé un valore giuridico perché sono maturate negli “usi”, che è bene ribadirlo sono tra le fonti del diritto. Pertanto una volta riconosciute dall’amministrazione pubblica – dentro i propri Regolamenti d’uso del patrimonio o dei beni comuni – diventano a tutti gli effetti forme di regolazione pubblica, informate ai diritti fondamentali.

Questa è una loro specificità, che li distingue, ad esempio, dai patti di collaborazione che sono un’ottima forma di amministrazione/gestione condivisa del patrimonio pubblico, concordata tra Pubblica amministrazione e taluni soggetti collettivi – in base al principio di sussidiarietà – e che ha innovato il modo di progettare delle stesse istituzioni attraverso diverse e innovative forme di co-progettazione.

Con il diritto d’uso civico e collettivo quello che è primariamente in questione è innanzitutto l’appartenenza collettiva dei beni demaniali e l’intrinseca giuridicità – in quanto fonti del diritto – di quelle forme d’uso collettive, immediatamente riconducibili all’esercizio dei diritti fondamentali costituzionalmente garantiti.

Per dirla schematicamente: a nuove forme di organizzazione e di uso devono corrispondere nuovi rapporti di proprietà. In caso contrario, senza riconoscere anche queste forme di vita sociale e pretendere di assimilarle a forme amministrative già esistenti, tutto si ridurrebbe a mera amministrazione dell’esistente, così com’è.

Ci vediamo sabato prossimo!

Foto: Scugnizzo liberato, Napoli. Da commonsnapoli.org

L’Ex Macello: un monumento identitario dei padovani?

L’Ex Macello: un monumento identitario dei padovani?

Una passeggiata alla scoperta dell’area di via Cornaro 1 a Padova, simbolo di innovazione e cultura, salute pubblica e progresso civile.

23 giugno 2023, h. 18.00

Adriano Menin
speleologo (Associazione E.S.C.A. Esplorazioni Speleologiche Cavità Artificiali – PdSotterranea) e promotore del progetto Padova Sotterranea con il Comitato Mura Padova, ci guiderà alla scoperta dell’area dell’Ex Macello, ripercorrendone la storia.

L’Ex Macello di via Cornaro 1 a Padova, riconosciuto come Bene di interesse Culturale nel 2010, è uno dei siti memoriali più importanti di Padova e della sua storia.

L’epoca che vide nascere il Nuovo Macello Pubblico, all’inizio del XX secolo – unitamente a  molte altre strutture sociali d’avanguardia che innalzarono la qualità della vita nella nostra città e della sua popolazione, non fu una fase storica isolata, ma un modello «ideale» di cultura e gestione del bene pubblico, che si distingueva per innovatività e capacità di «servizio» utile a tutt3.

La «vocazione» dell’area, al servizio delle persone, pur in forme del tutto diverse da quelle originarie, si è riproposta sessant’anni più tardi attraverso l’importante opera della CLAC 

(Comunità per le Libere Attività Culturali) e del suo fondatore (Prof. Piva).

Iniziativa Ex Macello

Ex Macello di via Cornaro: i contatori che aprono la pagina web della Rete Beni Comuni segnalano ormai 500 giorni da quando è stata presentata la Dichiarazione d’uso civico e collettivo dell’area come bene comune e oltre 300 giorni di silenzio del Comune in merito alla (ripetuta) richiesta formale di coinvolgere una parte terza, di fronte al tergiversare dell’Amministrazione.
Questa “distrazione” riguarda purtroppo anche l’area interna ed esterna. E così, sabato 29 aprile pomeriggio, decine di cittadinɜ hanno condiviso zappe e zappette e si sono ritrovatɜ per sistemare almeno lo spazio verde sulla destra dell’entrata, che risulta in stato di abbandono ed invaso da rifiuti. Questi, in grande quantità, sono stati raccolti e smaltiti. Si è proceduto, quindi, a sistemare l’area sostituendo ai rifiuti piante aromatiche, senza esigenze di irrigazione troppo frequente: ne sono state messe a terra alcune decine, insieme a patate, al centro dell’orto, gentilmente offerte da El Tamiso.
È stato così creato un percorso calpestabile che delimita alcune aree tematiche di prendersi cura. La partecipazione di Cucina Brigante ha trasformato l’incontro in una piccola festa con merenda e cena condivisa. Un ottimo inizio per il quarto anno di iniziative dopo lo sgombero subito dalle associazioni a gennaio 2020. Seguiranno nuovi appuntamenti.

Seconda assemblea Prandina Bene Comune

Decine di persone si sono ritrovate sabato 29 aprile mattina per la Seconda Assemblea “Prandina Bene Comune”. Hanno dato vita a tre gruppi di lavoro per “Prandina Parco della Città” in modo da restituire il verde all’area dell’ex caserma, programmando fin d’ora il successivo 3° incontro il 18 maggio.
Di fronte alle transenne che crescono, agli annunci di demolizioni, alla minaccia di rendervi permanente il parcheggio, un primo asse propositivo dell’assemblea intende ricordare alla città la mancata attuazione della delibera del 23 luglio 2019 che impegna l’Amministrazione Comunale ad indire un concorso di progettazione.
Un secondo gruppo di lavoro ha condiviso e cominciato a programmare le numerose iniziative che i cittadini e le venti associazioni che partecipano all’assemblea intendono attuare per sollecitare l’Amministrazione e per rendere evidente quanto l’area sia luogo nevralgico per l’ecologia ambientale e sociale della città. Agli artisti viene rivolto questo appello:
“Chiamata ai colori: Il parco e il bosco dell’area Ex Caserma Prandina rischia il grigio cemento. Come svegliare la città? Questo invito è rivolto a artisti disponibili a esporre (anche alle intemperie) loro opere negli spazi all’aperto dell’area per lanciare un messaggio di cura e creatività nei confronti di un luogo vitale per tutta la collettività. Verso Prandina Parco della Città”.
Il terzo gruppo di lavoro sta facilitando la redazione collettiva della Dichiarazione d’uso civico e collettivo dell’Area Ex Caserma Prandina quale bene comune, secondo il regolamento approvato ad ottobre 2021. La bozza della Dichiarazione è disponibile a chiunque voglia contribuire nello spazio online della Rete Beni Comuni all’indirizzo:
https://drive.google.com/drive/u/0/folders/1WdcOyqT9C0tiGI8BMId1bQpzYIFIRHTJ
A breve, maggiori informazioni sul ciclo di iniziative per farne un luogo vivo della città.

È PRIMAVERA anche per l’EX MACELLO

SABATO 29 APRILE, dalle 15.30, invitiamo tutte le persone interessate a incontrarci nell’“orto” dell’Ex Macello di via Cornaro, sulla destra dell’entrata (prima del ponte) per sistemare insieme l’area che ora risulta in stato di abbandono. 

È utile portare guanti, zappe/zappette, forbici e falcetti, un paio di sacchetti per la raccolta del verde e dei rifiuti, e piante aromatiche (oppure piante che non richiedano una irrigazione troppo frequente) da mettere in terra.

L’idea è quella di definire e realizzare insieme uno o più percorsi calpestabili che delimitino, tenendo conto della situazione esistente, delle aree tematiche e di verificare insieme come prendercene cura nei prossimi mesi.

Per chi ne avesse voglia e possibilità si potrebbe portare qualcosa per condividere una merenda insieme. 

Questo video https://youtu.be/zFbWBai1G9Q mostra la situazione attuale (al 28 Marzo). 

Una comunità chiusa fuori

Sulla vicenda di Sala Pinelli, dopo mesi di attesa, il Comune ha battuto un colpo anche grazie al polverone scatenato dai numerosi articoli di stampa a seguito di questo comunicato

“L’amministrazione non sa come applicare il Regolamento Beni Comuni”. Lo avevamo detto e oggi abbiamo la “confessione” da parte dell’assessora Benciolini.

Ma la risposta non è certamente quella sperata dalla comunità di riferimento.

L’assessora infatti ha chiarito che il Comune non è pronto per la Dichiarazione di uso civico, proponendo un ben meno impegnativo patto di collaborazione. Che però non è la forma utile, né richiesta, dall’assemblea della sala.

Quindi nessun riconoscimento della comunità della sala, che doveva essere il pilastro “rivoluzionario” del Regolamento patavino, anzi. Perché nel frattempo la comunità di sala Pinelli è stata sbattuta fuori e il Comune ha provveduto a cambiare le chiavi, trattennendo all’interno tutti i materiali, e interrompendo tutte le attività.

La sala, insomma, è tornata chiusa.

Pubblichiamo un commento a caldo da parte di uno degli attivisti di via Pinelli. Che nel frattempo, in polemica, ha abbandonato il progetto:

Ho deciso di prendermi del tempo per provare a riordinare le idee ma, leggendo quest’articolo, non posso non provare a rispondere a caldo su alcune questioni poste dall’assessora.

(NB: Non faccio più parte di Officina quindi questo sfogo è a titolo meramente personale)

1) 𝐀𝐛𝐛𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐩𝐢𝐚/𝐢𝐧𝐜𝐨𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐃𝐢𝐜𝐡𝐢𝐚𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐬𝐨 𝐜𝐢𝐯𝐢𝐜𝐨.
Sì, siamo colpevoli. Però a ben vedere quest’accusa l’assessora dovrebbe rivolgerla verso sé stessa. Perché il Comune che lei amministra si è tanto vantato di essere il primo in Italia ad aver inserito all’interno del Regolamento beni comuni la figura dell’Uso civico. E oggi ci dice che non sanno come attuare quel regolamento.

Se l’assessora si fosse messa nei nostri panni si sarebbe agevolmente accorta che non essendoci in Italia dichiarazioni di uso civico poste in essere poteva essere una buona idea stilare un vademecum, una traccia, un “template” su cui basarsi. Il Comune non sa come si faccia a dichiarare un uso civico e si aspetta che i cittadini sappiano scriverne uno? Cos’altro potevamo fare se non trarre spunto dall’unica bozza in questo momento presentata, quella dell’ex Macello di Padova (che, ricordiamolo, aspetta ancora risposta).

2) 𝐒𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐮𝐧 𝐦𝐚𝐠𝐚𝐳𝐳𝐢𝐧𝐨. Forse all’assessora sfugge un particolare: l’idea di sala Pinelli, che noi trovammo letteralmente come magazzino di frutta e verdura durante la pandemia, nasce proprio dalla necessità di far fronte alle centinaia di richieste settimanali di computer durante il lockdown, quando giravamo per la città a recuperare i dispositivi informatici. Il risultato? Le nostre case, non certo regge, invase da computer e noi costretti a pranzare in divano perché nel frattempo il tavolo era invaso da case e monitor. Ci scusi il Comune quindi se il nostro progetto non è fatto di idee ma di ferraglia, monitor e tastiere.

E non ci venga detto che non abbiamo fatto tutto il possibile per provare a limitare il problema. Perché se non fosse stato per noi quella sala sarebbe ancora completamente vuota e priva di mobilio: le nostre braccia hanno provato a dare un ordine portando i mobili che oggi si trovano all’interno della sala chiusa a chiave. E avremmo pure fatto di meglio se una solerte funzionaria non ci avesse intimato di non portare altro mobilio, per provare a riorganizzare gli spazi. La stessa funzionaria che, nel momento in cui ci veniva consegnata la sala come Officina, si premurò di avvertirci che “comunque qui non potete tenere i computer”. È la burocrazia, baby.

E ancora: sarebbe stato molto più semplice se il Comune avesse accettato di mediare con AcegasApsAmga nel tentativo di poter conferire i dispositivi non recuperabili presso i centri di raccolta. Ma evidentemente sordi all’idea che la “spazzatura informatica” abbia un valore e che il progetto anzi potesse fungere da filtro per fare in modo che questi materiali fossero correttamente smaltiti siamo stati costretti a conferire da normali cittadini quei materiali presso i centri. Tre alla volta, in un anno. Poco importa che fossero monitor o mouse, sempre tre pezzi.

Inevitabilmente se fai un lavoro di riuso e recupero ti vengono donati materiali che possono non funzionare. E se recuperi computer inevitabilmente ogni 100 computer raccolti una percentuale importante – e ingombrante – non sarà recuperabile. Siamo bravi ma per i miracoli ci stavamo attrezzando.

Ma ben consci del problema ci eravamo pure attivati per chiedere al Comune un magazzino in cui tenere tutto ciò che non poteva essere riciclato e, quando sembravano aver individuato un garage (non proprio vicinissimo alla sala), gli stessi addetti scoprono che quel posto è già assegnato come sede a un’altra associazione!

3) 𝐒𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐚𝐛𝐮𝐬𝐢𝐯𝐢? Lo si chieda alle persone che ci gravitavano intorno, agli abitanti del quartiere, al coro e al gruppo teatrale che avevano finalmente un posto in cui provare, alle persone che hanno ricevuto in donazione un computer che altrimenti non avrebbero potuto permettersi. A chi lì dentro ci ha lavorato gratuitamente in coworking, agli anziani a cui veniva data assistenza informatica. Alle decine di persone che hanno attraversato quella sala, si sono scambiate esperienze, hanno prodotto video e foto, si sono riunite.

Non abbiamo mai chiesto contributi economici o favori.
Abbiamo aperto una sala chiusa e l’abbiamo resa davvero di tutte e tutti. Come dovrebbe essere per una sala pubblica che sognava, da grande, di diventare comune.

Perché se abusivismo significa vita, significa socialità, burocrazia evidentemente significa silenzio e morte. Come una sala che era chiusa ed è tornata ad essere chiusa. La legalità ha vinto, sia messo agli atti. Viva allora l’abusivismo.

Scusate ma non potevo esimermi.

Fabio D’Alessandro (Ex Officina Informatica)

A integrazione ricondividiamo pure un breve testo di Nicola Capone (libero ricercatore, docente e attivista) a commento della vicenda:

Sia nel Regolamento sia nelle FAQ ad esso allegate i passaggi per avviare il percorso di riconoscimento del “Diritto d’uso civico e collettivo” di uno spazio riconosciuto “bene comune”, ovvero funzionale all’esercizio dei diritti fondamentali, sono molto chiari e lineari. Il problema non è tecnico, è politico. E questo non è una novità, perché non c’è tecnica, a mio parere, che non sia politica e per inverso non c’è politica che non abbia anche aspetti tecnici. Il punto è che il “Diritto d’uso civico e collettivo” pone questioni sia tecniche che politiche, ad altissima intensità perché mette in discussione gli assetti proprietari del bene, che – nonostante la dottrina giuridica, le sentenze della Corte suprema e una consolidata prassi amministrativa – sono ancora rigidamente incardinati in una dogmatica struttura privatistica da ancien régime.

Finanche la proprietà pubblica è intrappolata dalla tecnica giuridica e politica di un diritto privato vecchio stampo che orienta amministratori e tecnici a ritenere il bene pubblico di “appartenenza” all’ente pubblico territoriale, riducendo il Comune al “solo” ruolo di “proprietario” dei beni a lui nominalmente attribuiti.

Questo clamoroso “equivoco” non tiene conto del fatto che lo schema proprietario applicato ai beni pubblici ha la funzione di garantire, da parte dell’ente, l’appartenenza collettiva del bene e gli interessi generali ad esso collegati. Per questo motivo si usa la “fictio” del titolo di proprietà: il bene è in proprietà dell’ente di riferimento perché questo si faccia garante dell’appartenenza collettiva del bene stesso. In questo senso si dice che il Comune, ad esempio, è un’ente esponenziale della comunità. Come da questo approccio si sia passati all’esproprio dei beni di appartenenza collettiva da parte degli enti pubblici sotto l’emblema di Beni pubblici è uno dei grandi inganni perpetrati a danno della democrazia costituzionale. Tornando a noi, questa postura impedisce alla parte tecnica-dirigenziale di operare. Per quanto riguarda la parte politica c’è il grande tabù della “libera e autonoma” iniziativa dei singoli e degli associati, relativamente al tema dell’uso, della gestione e del governo dei beni pubblici. Il tema potrebbe essere posto in questi termini: come garantire l’autonomia delle comunità di riferimento di un bene comune ad uso civico e collettivo, evitando che questa autonomia si traduca in un uso esclusivo e privatistico del bene da parte di un gruppo ristretto? Come evitare che il ruolo di garante svolto dall’ente pubblico, per tutelare l’appartenenza collettiva del bene comune e il diritto d’uso civico e collettivo, si tramuti in una forma di inibizione dell’autonoma iniziativa degli/delle abitanti, che invece dovrebbe essere costituzionalmente “favorita”? Una via, pure prevista dal Regolamento dei beni comuni di Padova, è la co-progettazione o, in ogni caso, la possibilità di avviare un processo di partecipazione pubblica volto a istituire/riconoscere, sperimentare e validare il “diritto d’uso civico e collettivo”.

Al limite, in via transitoria, si potrebbe concordare un “patto di collaborazione complesso” – che io chiamerei “Patto di comunità” – che ha come oggetto proprio l’istituzione di una prassi d’uso civico e collettivo o il consolidamento di una prassi già esistente. Sarebbe un’occasione di “conflitto” altamente istruttivo, una forma animatissima di apprendimento istituzionale. Questo permetterebbe di sperimentare una forma di accesso alla città che non è scontata e richiede tanto coraggio da parte di tutti i soggetti coinvolti. Mi scuso se sono stato schematico e troppo sintetico ma spero ci siano altre occasioni di approfondimento.