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La Rete Beni Comuni di Padova organizza sabato 20 gennaio 2024 (10.30-12.30) un incontro pubblico ospitato nell’Aula Solesin dell’Università di Padova, in via Cesarotti 12, che vede al centro gli usi civici e collettivi a due anni dal seminario internazionale centrato sulle pratiche nei Paesi mediterranei (qui il report e l’audio registrazione).

A due anni di distanza, purtroppo, a Padova il regolamento comunale registra appena cinque “patti di collaborazione”, uno maldestramente presentato come “uso civico”. Nel frattempo, non è mai stata portata in giunta (come vorrebbe il regolamento) la richiesta della comunità di riferimento dell’ex macello di via Cornaro, né dal Comune sono giunte risposte ai solleciti anche formali inviati dalla comunità che ha provato a continuare a prendersi cura dell’area organizzando visite a carattere culturale e la cura dell’orto esterno demaniale.

Sono almeno tre le novità al centro dell’incontro che vede protagonisti Nicola Capone e Maria Francesca De Tullio, attivi a Napoli e dintorni sia nella comunità dell’Asilo, sia in percorsi di ricerca, in particolare con l’Università degli studi di Napoli “Federico II”.

Napoli e i cantieri di coprogettazione

A Padova avranno modo di presentare gli esiti di una corposa ricerca, appena pubblicata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, su “Spazi di comunità”, documentazione e analisi delle pratiche di riuso di spazi dismessi a fini collettivi, che presta particolare attenzione alle esperienze pugliesi e campane.

In questo contesto si sta rivelando prezioso il lavoro di coprogettazione sulla rigenerazione dei beni comuni Scugnizzo liberato e Ex OPG – Je so’ pazzo per il diritto d’uso civico e collettivo, con il coinvolgimento di Invitalia e dell’Agenzia del Demanio.

Nel nuovo numero di “Quaderni della decrescita” il testo “Faust fermato a Napoli” di Gaetano Quattromani documenta questi percorsi di coprogettazione – ispirati dall’uso civico e collettivo in funzione di politiche pubbliche – per i prossimi interventi di ristrutturazione di Scugnizzo Liberato ed Ex OPG – Je so’ pazzo: “Accanto alla pratica del quotidiano e alla proposta giuridica, entrambe proprie del mondo dei beni comuni di Napoli, un po’ sottotraccia ci può essere una ricaduta in termini di proposte di rinnovamento democratico in senso radicale, non soltanto in merito alla vita istituzionale delle nostre città, ma in relazione al portato dell’esistenza collettiva dei territori, dell’autorganizzazione dei gruppi sociali e dell’autogoverno delle comunità”.

Il cantiere dell’Ex OPG – Je so’ pazzo, frutto di questo percorso di co-progettazione, aprirà a breve ed i lavori sono previsti fino al 2026 con un investimento di 44 milioni di euro per intervenire sui 16.000 metri quadri del complesso degli edifici (nato come S. Eframo Nuovo nel 1572) e i 4.600 metri quadri all’aperto.

Il regolamento dei beni comuni di Casoria

Una terza novità è l’approvazione (il 27 dicembre 2023) del regolamento dei beni comuni del Comune di Casoria che riconosce il diritto d’uso civico e su cui è attesa la delibera di giunta in merito al riconoscimento come bene comune ad uso civico una parte del parco pubblico della città occupato da sette anni dagli attivisti di Terra Nostra. Un riconoscimento importante per il lavoro di questa comunità e della collaborazione fra Comune, Università degli studi di Napoli “Federico II” e Terra Nostra.

A questo proposito, interverranno da remoto all’incontro di Padova Maria Tommasina D’Onofrio, Assessora alla Pianificazione ed Assetto del Territorio del Comune di Casoria (Napoli), l’urbanista Enrico Formato (DiArch, Università degli studi di Napoli “Federico II”) ed esponenti della comunità di riferimento di “Terra nostra”. Questo è il loro recente comunicato dopo l’approvazione del regolamento comunale e l’intenzione espressa dalla giunta di riconoscerne il diritto d’uso civico e collettivo di parte del parco comunale:

“Non abbiamo mai lottato per un’assegnazione diretta di Terranostra.

Volevamo riconosciuto un diritto, per tutti e tutte, non solo per noi: il diritto di uso civico e collettivo, ossia la possibilità per gli abitanti e le abitanti di autorganizzarsi, per curare e gestire dal basso, insieme, in maniera trasparente e democratica, pezzi di città.

Volevamo che il patrimonio pubblico fosse difeso dalle speculazioni dei privati e sottratto a quella che troppo spesso è la cattiva gestione delle amministrazioni locali. Garantire, insomma, che gli spazi e i servizi della città fossero beni comuni veri, a disposizione di tutte le persone per emanciparsi, per vivere una vita dignitosa e libera, in una logica di interdipendenza e solidarietà.

Volevamo aprire uno squarcio nel velo della politica autoreferenziale, creare un precedente per spostare l’asse del potere dall’alto verso il basso.

Sono serviti sette anni di occupazione, tante lotte, una petizione, un’opera instancabile di ‘apprendimento istituzionale’, ma alla fine abbiamo conquistato questo diritto, che adesso è riconosciuto nel regolamento comunale per la gestione condivisa dei beni comuni.

Abbiamo raggiunto uno storico obiettivo, dando a Casoria uno strumento innovativo e all’avanguardia. Grazie alla collaborazione tecnica con l’amministrazione comunale, il DiArc della Federico II, l’osservatorio sui beni comuni napoletano, adesso l’uso collettivo è su carta, nero su bianco, ma tocca a tuttə noi, rendere questo diritto effettivo, farlo vivere nelle pratiche, nella partecipazione, per tornare a condividere insieme il sogno di Terranostra e per autogovernare le nostre vite, come prima, meglio di prima.

Grazie a chi ci ha creduto. A chi non ci credeva, ma si ricrederà d’ora in poi. A chi non ha mai mollato la presa. A chi ha pianto e ha saputo lottare e realizzare ciò che per chiunque era impossibile, ma ora è realtà.

È solo l’inizio. Non ci fermiamo. Andiamo avanti. Fino alla vittoria.

Lotta. Vivi. Ama”.

Un commento di Nicola Capone

I beni comuni intensificano la relazione tra il mondo dei beni e quello delle persone, attraverso l’esercizio dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione. Quasi sempre essi riguardano beni pubblici demaniali lasciati al degrado o oggetto di mercificazione, che comunità di abitanti hanno riabilitato alla loro intrinseca funzione sociale, garantendone l’inalienabilità, l’accessibilità, la fruibilità e il loro uso pubblico.

Riconoscerli come beni comuni significa funzionalizzarli all’esercizio dei diritti fondamentali. Favorirne, invece, il loro uso civico e collettivo significa non solo rendere effettivo il loro contenuto giuridico e politico (inalienabilità, accessibilità, fruibilità, uso pubblico), in quanto beni demaniali, ma rendere concreta la possibilità di esercizio dei diritti fondamentali.

Questo esercizio di diritti si sostanzia innanzitutto nel diritto alla partecipazione diretta delle comunità di abitanti alla loro cura e al loro governo. Ma quello che ha dimostrato finora l’esperienza è che da questa pratica di cura e di governo emerge una nuova forma di regolamentazione pubblica del bene che, in prima istanza, si manifesta nella forma di Dichiarazioni d’uso civico e collettivo.

Queste “Dichiarazioni” hanno di per sé un valore giuridico perché sono maturate negli “usi”, che è bene ribadirlo sono tra le fonti del diritto. Pertanto una volta riconosciute dall’amministrazione pubblica – dentro i propri Regolamenti d’uso del patrimonio o dei beni comuni – diventano a tutti gli effetti forme di regolazione pubblica, informate ai diritti fondamentali.

Questa è una loro specificità, che li distingue, ad esempio, dai patti di collaborazione che sono un’ottima forma di amministrazione/gestione condivisa del patrimonio pubblico, concordata tra Pubblica amministrazione e taluni soggetti collettivi – in base al principio di sussidiarietà – e che ha innovato il modo di progettare delle stesse istituzioni attraverso diverse e innovative forme di co-progettazione.

Con il diritto d’uso civico e collettivo quello che è primariamente in questione è innanzitutto l’appartenenza collettiva dei beni demaniali e l’intrinseca giuridicità – in quanto fonti del diritto – di quelle forme d’uso collettive, immediatamente riconducibili all’esercizio dei diritti fondamentali costituzionalmente garantiti.

Per dirla schematicamente: a nuove forme di organizzazione e di uso devono corrispondere nuovi rapporti di proprietà. In caso contrario, senza riconoscere anche queste forme di vita sociale e pretendere di assimilarle a forme amministrative già esistenti, tutto si ridurrebbe a mera amministrazione dell’esistente, così com’è.

Ci vediamo sabato prossimo!

Foto: Scugnizzo liberato, Napoli. Da commonsnapoli.org

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