Articolo tratto da “Il Mattino” di Padova – 21.01.2024

di Cristiano Cadoni

Esperti, docenti e amministratori a confronto sul riconoscimento degli spazi collettivi L’esempio di Terranostra a Casoria. Il filosofo Capone: «A Padova possibile il ricorso al Tar»

LE BUONE PRATICHE

Prima ancora che una delibera comunale o una legge li classifichi e li sottoponga a forme di regolamentazione, ci sono spazi o edifici pubbliche che hanno dentro una storia, un vissuto. «Luoghi dell’anima», li definisce Maria Tommasina D’Onofrio, assessora all’Urbanistica di Casoria, comune di 78 mila abitanti nell’area metropolitana di Napoli dove con una scelta tanto impopolare quanto coraggiosa l’amministrazione – dopo aver approvato a fine 2023 un regolamento dei Beni comuni – si appresta a concedere l’uso civico per Terranostra, un parco che è stato a lungo occupato e che i cittadini hanno sempre vissuto come luogo di incontro. 

Una storia simile a quella dell’ex macello di Padova e che proprio per questo è stato portato a modello ieri in occasione di un incontro su Beni comuni e usi civici, promosso dal dipartimento Icea dell’Università di Padova insieme alla Rete Beni comuni.

Il coinvolgimento dell’Università non è casuale. A Napoli la Federico II, presente ieri in collegamento video con Enrico Formato, docente di Urbanistica, è stato fondamentale nel processo di mediazione fra il Comune e la comunità di riferimento dell’area verde, che è stata sottratta prima all’abbandono e poi a possibili speculazioni con quella che lo stesso Formato ha definito «urbanistica costituzionale», un processo che parte dal riconoscimento di aree che hanno una valenza sociale ed ecologica e che fornisce ai Comuni gli strumenti per restituire alla collettività spazi da vivere in virtù di un interesse pubblico prevalente. «L’ideale», ha detto il docente, «sarebbe riuscire ad applicare lo stesso processo su tutte le aree fra città e campagna, considerate ingiustamente una riserva per l’edificazione e invece fondamentali per l’inversione dei processi di consumo di suolo».

È una bella storia di resistenza quella di Terranostra: sette anni di occupazione, una comunità che si organizza, petizioni, assemblee (più di 400) e la vittoria finale, ormai vicina. «Il termine Bene comune è abusato», ha ammesso Angelo Vozzella, uno dei portavoce della comunità di riferimento. «Ma ha senso quando sblocca energie, quando le persone se ne appropriano e in quel luogo si esprimono. Non si tratta solo di portarci il cane ma di portarci idee. Perché siano riconosciute, però, c’è bisogno di un apprendimento istituzionale, cioè che i Comuni imparino a riconoscere quello che succede in questi luoghi, i bisogni che vengono soddisfatti, nel nostro caso era lo stare insieme, potendo avere tempo libero di qualità, senza per forza spendere soldi».

Le similitudini con la storia dell’ex macello di via Cornaro sono tante, a cominciare dal fatto che «in virtù dei saperi che si accumulano lì dentro, questi diventano luoghi di produzione di politiche pubbliche», ha detto Maria Francesca De Tullio, attivista ed esperta di Beni comuni. «Siamo davanti a un nuovo assalto alla ricchezza pubblica», ha aggiunto Nicola Capone, filosofo, ricercatore ed esperto di Beni comuni, riferendosi ai tanti «spazi sottratti alle comunità e che sono una rapina, non tanto per lo spazio in sé ma perché sottraggono alle persone la possibilità di avere un luogo di espressione, che è sancito dalla Costituzione. Gli spazi pubblici non possono ridursi ai tavolini dei bar, luoghi di consumo, o alle aree carrabili. Oggi mancano spazi di incontro, di appartenenza, di democrazia e le città non respirano, non funzionano. Mancano proprio i luoghi dell’anima e dell’intimità, spazi da usare più che da possedere, proprio com’era l’ex macello di Padova. Che è stato sottratto alla collettività, sdemanializzato ed è diventato un patrimonio nella disponibilità del Comune». Che vuole recuperarlo, ma per cominciare – guarda caso – ci fa aprire un bar. «In mancanza di un atto che sancisca questo passaggio», ha sottolineato Capone, «è possibile opporsi, con un ricorso al Tar, anche perché c’è una sentenza della Cassazione che parla chiaro. E resistere facendo capire alla cittadinanza la portata del furto che c’è stato». Perché «l’uso dell’ex macello è sedimentato da quarant’anni e la pratica del suo uso doveva – produrre una regolamentazione pubblica che andasse nella direzione dell’uso civico». 

Invece non c’è stata. Anzi, il Comune, nonostante il regolamento sui Beni comuni, finora ha opposto il silenzio alla richiesta di uso civico fatta dalla comunità di riferimento.

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